“Ciao, come va? Tutto bene? E il viaggio?”

Ero appena entrato, avevo posato il borsone nell’ingresso e subito quelle parole.

Cosa rispondere, cosa dovevo dire di quel viaggio?

Raccontare? E con quali parole?

Era stato un viaggio normale, come al solito, come quelli che facevo ogni mese per lavoro, per incontrare i miei fornitori, per definire quantità, prezzi, spedizioni… ma questa volta no, era diverso.

Come ogni volta, aereo, macchina e le solite strade oramai note.

I nidi di cicogne, i fili appesi ai pali, qualche carro, qualche cavallo, tante macchine e tanti boschi.

La Bucovina.

Ioan e Mihai mi aspettavano nel salone del piccolo albergo, quello di sempre.

Mihai alto, possente con degli occhi azzurri quasi trasparenti, Ioan più piccolo e più scuro.

Mi piaceva lavorare con loro, di poche parole ma concreti e corretti, un goccio di grappa di prugne e poi si chiudeva il contratto.

Poche parole ma questa volta si sentiva un’aria strana, un velo che copriva i nostri scarni discorsi, uno stano “silenzio”.

Tutti e tre sapevamo, tutti e tre “sentivamo” quell'aria strana ma nessuno di noi aveva la voglia o il coraggio di pronunciare quella parola.

A quanti chilometri era? Cinquanta, ottanta, cento?

I discorsi erano più misurati del solito come se qualcosa ci rallentasse potandoci via i pensieri.

Un rumore sordo basso e sibilante fermò le nostre poche parole, gli sguardi si incrociarono per un attimo infinito fino a quando il caccia passò oltre. 

Li salutai come sempre.

La macchina, la strada, l’aereo e poi a casa.

“Allora? Non racconti niente? Come è andata?"

Le sue domande incalzavano ma io non avevo risposte, non avevo parole.

Dalla TV solo parole di distruzione.     

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