Il resoconto di ogni deflagrazione è maestoso e terribile: i cocci saettano in tutte le direzioni, scintille impazzite di un uovo cosmico incrinato a morte, nell’onda d’urto che prelude al tracollo.

Prendete il tritolo, ad esempio, e Willy il Coyote, il cui destino disgraziato viene decretato tutte le volte da quelle tre lettere che sono un’autentica condanna, scritte su di una cassa di legno.

TNT: c’è poco da scherzare, col tritolo.


 

Da ricercatore, Jonathan era al corrente del fatto che le leggi di natura non ammettono deroghe, e che nessuna pia entropia restituirà indietro un solo battito di ciglia.

Da padre, sentiva l’imperativo di proteggere la propria famiglia dal boato irrevocabile di un’assenza, da cui lui stesso era stato investito in prima persona.

D’un tratto, sulle sue labbra affiorò una parola magica che sarebbe tornata più volte nei discorsi di tutti loro, a sostenerli nel dolore della perdita.

Un filo rosso che li avrebbe uniti per sempre, oltre la vita e la morte.

TNT...


 

Dicono che la pioggia serva ad apprezzare il sole, e che riassestarsi sia il segreto per superare ogni caduta. Resilienza, la chiamano i sommelier dell’italiano, ma a Rossella piaceva pensare ad un’espressione diversa, più vicina al nocciolo della questione.

Ci aveva pensato a lungo, ed era giunta alla conclusione che “farsi porosi” fosse l’immagine giusta: guadagnare il distacco di chi è capace di lasciare che gli eventi gli scorrano addosso.

O che lo attraversino, fino a mostrarsi per quello che sono.


 

La diagnosi era arrivata un mattino umido di metà autunno, grigia come il cielo che incombeva sulla città, e non aveva lasciato speranze. Una volta assegnatole un nome, la malattia aveva fatto feroce capolino nelle menti di tutti, attorniata da una coorte asettica di percentuali di sopravvivenza a tre, sei e dodici mesi.

In quella situazione, farsi porosi divenne una necessità.

Insieme con i fratelli, Jonathan aveva deciso di accogliere i suggerimenti dei medici, di non sprecare le poche settimane di vita di sua madre tra le mura di un centro ospedaliero; l’avevano quindi portata a casa, dove le solide finanze familiari avevano reso possibile predisporre in breve tempo gli accorgimenti assistenziali prescritti.


 

“Mamma, che succede ?” - la voce allarmata di Jonathan l’aveva restituita al mondo; era nel suo letto, stremata, e suo figlio le stava tenendo la mano.

Incapace di articolare suono, faticava a raccapezzarsi: doveva aver dormito, anzi no, le sembrava di ricordare che stesse recandosi in bagno, poco prima del buio...


 

Calma, doveva rimanere calma: TNT, la parola d’ordine tra lei e Luca.

Da donna forte quale era, non aveva fatto parola con nessuno di quanto il medico curante le aveva detto: roba di poco conto, aveva continuato a ripetersi, sempre meno convinta.


 

Si era decisa per quel controllo di routine la sera del suo sessantaseiesimo compleanno.

Seduta sul bordo del letto, mentre, stanca ma felice, estraeva le forcine dai capelli prima di pettinarseli, in giro per casa gli schiamazzi dei nipoti, elettrizzati dall’aria di festa.

Sul comodino accanto alle ginocchia, il regalo di Luca, il nipote più piccolo: un foglio di cartoncino da disegno sul quale erano tratteggiate a matita, con una certa perizia, tre lettere molto grandi.

Da quando a scuola la maestra aveva parlato di acronimi, Luca era rimasto folgorato da quella che gli era parsa una magia, nella quale aveva cominciato a cimentarsi, inventandone ogni giorno di nuovi insieme alla nonna.

Riguardando quelle lettere, Rossella venne scossa da un sussulto.

TNT: per lei significavano una cosa sola.

 

Tu Non Temere.

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