A Milano la Bardana si trovava nei prati di via Sismondi. Di solito ci riunivamo in due squadre per darci battaglia. Un po’ come i ragazzi della via Pal, ma molto, molto meno “aristocratici”. La Bardana ha un fiore che somiglia a quello del Cardo, ma è molto più piccolo. I frutti che seguono al fiore, sono dei minuti tubuli verdi pungenti di pochi millimetri. Naturalmente noi scugnizzi di periferia non eravamo a conoscenza di questi particolari botanici. Ci interessavano solo i frutti perché quelli, se li tiravi all’avversario, rimanevano attaccati agli indumenti. E siccome gli indumenti di allora erano prevalentemente di lana, hai voglia a toglierli! I frutti della Bardana, con le loro setoline uncinate, andavano a nozze con la lana. Si agganciavano a tal punto da volerci un bell’impegno per toglierli senza rovinare i vestiti.
La via Sismondi delle mie elementari era un colabrodo di rovine della guerra fino al superamento dell’incrocio di via Lomellina. Poi campi con cumuli di macerie qua e là depositati da chi usava quella prateria periferica come discarica per liberare dai detriti e ricostruire le proprie abitazioni. 
Ma il campo di via Sismondi era immenso e immensa era la gioia di battagliare con quei proiettili tipo velcro moderno negli ampi spazi di prato liberi dalle macerie. La gratificazione era giustificata perché, mentre negli altri giochi, quali i bussolotti o la palla avvelenata, potevi negare di essere stato colpito, con i proiettili della Bardana non si poteva barare, le prove erano certe e visibili.
La squadra che aveva fatto più centri agli avversari era la vincitrice. Il gioco andò per la maggiore per molto tempo. Finché un giorno trovammo il campo transennato. Un cartello spiegava che gli artificieri stavano eseguendo una bonifica del terreno perché era stata trovata una bomba a mano inesplosa. Fu la fine del divertimento e della Bardana. Nessuno di noi si azzardò a tornare nel campo di via Sismondi, le famiglie e le scuole erano molto impegnate a inculcarci il sacro timore delle bombe inesplose nei campi. Dopo di allora mi è capitato raramente di imbattermi nei pappi di quella pianta, sempre più confinata dall’edilizia in perenne assorbimento di aree verdi.

 

©️Cesare Ferrari 

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