Lontano da casa, in mezzo a questa guerra senza senso, con altri giovani ragazzi mandati allo sbaraglio e mal equipaggiati come me.

Siamo dentro questo buco angusto, che in teoria sarebbe una sorta di trincea, già da parecchie ore, uno attaccato all'altro, nel fango fino alle ginocchia, mi brontola lo stomaco e dovrei pure andare in bagno.

E' buio, non vediamo quasi niente, una nebbiolina fine e che sa di zolfo ci avvolge, la radio è rotta e così abbiamo perso il contatto con il resto della squadra. Inutile aggiungere che ce la stiamo tutti facendo sotto, nessuno osa parlare, sappiamo che le truppe americane sono vicine... sentiamo del fruscio nel bosco, piano piano il rumore aumenta e cominciamo a distingue delle voci... parlano inglese e noi, che a mala pena parliamo l'italiano, non capiamo assolutamente nulla. 

All'improvviso ce li troviamo addosso: "Come on!" Era la prima volta che vedevo una persona di colore: era enorme e agitava pericolosamente il suo fucile. "Come on!", ci ripete con fare minaccioso, noi alziamo le mani... ci par di capire che le mani c'entrano qualcosa con quello che ci sta dicendo... a questo punto è il suo commilitone che ripete "Come on", forse le mani le dobbiamo tirare giù?

L'enorme soldato di colore, spazientito, si sporge quanto basta verso di noi e strattona per un braccio Mario. Ora forse abbiamo capito, vogliono che li seguiamo.

Ci caricano su una jeep con enormi ruote, già temiamo per la nostra sorte, ma capiamo che le loro intenzioni non sono così malvagie. 

Li guardo meglio e vedo che anche loro sono ragazzi un po' come noi, anche se mediamente più robusti e sicuramente meglio equipaggiati.

Dove ci staranno portando? Che ne sarà di noi? Il soldato di colore mi allunga una sigaretta industriale, per noi, abituati al tabacco e alle sigarette da rollare, anche questa è una novità.

Io non fumo ma apprezzo la cortesia. Li osservo e vedo tante cose negli occhi dei miei nemici... vedo fatica, paura, stanchezza, nostalgia di casa.

Vedo il riflesso di me stesso.

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