Mio zio Alfredo raccontava molte storie  della sua infanzia vissuta negli anni '20 del secolo scorso in un piccolo paese della Maremma. Il suo più antico amico si chiamava Mario detto il Dodo ed era un bambino un po’ lento, credulone, sicuramente non riusciva a stare a pari con i piccoli diavoli che si tuffavano nel fiume, rubavano i cocomeri, mettevano i rospi nel cassetto della maestra.
Così crebbe molto mammone, un po’ isolato. Lavorava in campagna e tornava a casa da mamma, babbo e fratelli.
A vent’anni, però, dovette partire per il servizio militare e i genitori erano molto preoccupati di come se la sarebbe cavata.
In realtà se la cavò abbastanza bene e tornò sano e salvo. 
La cosa interessante della storia, in verità, sono le lettere che scriveva ai familiari. La madre, infatti, si era raccomandata che desse sue notizie e il telefono non c’era. Così il Dodo, che non era propriamente un letterato, scriveva missive surreali che la mamma commossa faceva leggere ai paesani. “Cari mamma e babbo, io sto bene, domani vo all’ospedale e così spero sia di voi. Mangiare mangio, ma qui ci danno la minestra e parecchio lenta: i ceci mi rullano, le paste mi sguillano e nel cucchiaio mi ci resta altre il brodo. Ho conosciuto una signorina, pensavo si volesse fidanzare invece voleva i soldi ma io non ce li avevo. Cosa fa la mì gallina? Salutatemela lei e la nonna e anche zì Rosa che magari quando torno sono morte. E poi quando torno mi fidanzo con Marietta, se mi vòle. Se no mi compro la bicicletta e vo al mare”

 

FINE 

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