La malinconica Parigi di Baudelaire ora, nella sera che eccita i pazzi e spinge d’innanzi a se fiori spezzati, giace angosciata e incredula.

 

L’adorabile sera ha perso il suo profumo, inghiottito da un precipizio rovinoso che conduce al silenzio: si può ammutolire non solo di amore ma di dolore!

 

Il ricordo di quei corpi straziati e muti, precipitati nel mondo inconoscibile, non rinvia a nessun significato: è l’afonia della perdita di senso, del male di vivere, del mondo dei vivi come macchina inutile, come un mulino che macina il nulla a fine di nulla, cieco e sordo al tormento del seme umano, al dolore che inghiotte le voci nel buio e le spinge nel gorgo, mute.

 

È l’attrazione nichilistica della caduta che arma i pazzi: nulla che valga la pena di sentire o di vedere.

 

Nella dolce sera, voci liete di bambini, la gente balla, rumori e musica, lanterne colorate ardono, poi un botto, un altro, un altro ancora, borbottano tuoni nell’aria, voci lontane urlano e tremano nel profondo, animali feroci rincorrono le loro prede e ruggiscono tremendi: “Siate purificati! Verrà la morte è avrà occhi ignoti e spalancherà fosse di impensabile dolore e blandirà spade affilate e mozzerà coscienze incredule.”

 

Nel consueto evocativo minuto di silenzio l’eco dei tagli echeggerà triste… daesh… daesh… e spezzerà il filo dei discorsi celebri e li spaierà in minuti frammenti senza senso specchianti nel prosaico e nell’indifferenza di un mondo che non ha memoria di sé.

 

In niente ci si riconosce, ci si scopre senza nome, le vane costruzioni ideali spariscono e sorge il dubbio: se ieri non fosse mai stato? se io non fossi il centro di tutto ma uno sputo scagliato nell’infinito silenzio, buio e privo di senso, in cui l’eco risponde… e adesso? …e adesso?

 

Forse, io credo, anche il silenzio ha la sua forma e anch’esso lascia un’impronta nel vuoto.

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