10)

Digrigna i denti,
strida sulla lavagna,
stenti di grida
il popolo lagna.
È lo schifo tremendo
che sgorga torbido
gemendo nel giogo
in orgasmo che sfragna
l’orecchio colluso
ritrito di schifo.
Sdegno mio segna
e graffia viscidume,
un ordigno sballotta
e mi bagna di lerciume.
Che schifo, io frigno,
che puzzo di merdume!
Fragore d’amaranto
mi lacera l’olfatto,
affranto e contraffatto
da cotanto fetore.
Becero marchingegno
‘sta vita nel pattume:
un bagno otturato
che strabocca com’un fiume.

Inondando putrido
di vomito fetido
brivido d’alito
di morte e di fracico.
Stantìo,
sul mio
povero abito,
nuovo, pulito
limpido.
Livido e storto ‘n volto,
sanguinolento
verso un tramonto.
D’idee volatili,
ali suscettibili
che or scindono lo scibile
e mi rendono moribile.
Per colpa dello schifo,
colpo che schivo,
riprovevole ripulisco
dal piscio il mio vestito.
Riprovo,
miro,
sparo,
liscio.
Il giogo non finisce:
che schifo.

 


11)

Voglio incontrarti sul lungolago,
mentre sciogli due ciuffi
e t’abbuffi d’un libro,
che mago t’incanta.
Voglio rimanerci abbagliato,
di stucco,
macchiato d’amore
sull’io distaccato.

Voglio venirti vicino,
annusarti la vita, che rima
sciolta nelle pagine nella mano,
e scema nella pupilla assopita.
Voglio chiederti all’intorno,
com’ad avere ‘l permesso
di, un giorno, poter esser
nelle parti di quel libro,
che vibro ti tiene nella trama.

E l’intreccio, è mia brama,
trarne impaccio,
com’i due ciuffi,
che sciogli e che io, di mio
nella testa riallaccio.
Perché
voglio incontrarti sullungolago,
stasera e quelle affianco,
che labirinti ciocche e pagine
com’in un loop d’incanto
e perenne innamoramento.
 

 

12)

Trevignano cieca e muta, china
e piega l’ego in fronte allago,
che saluta,
lega onde a sponde in rifiorita.
Tremi ‘nvano perché brividi,
madidi e ‘ntrepidi,
ti percorrono senza chiederti,
né il permesso né un motivo.
Vivo,
in quel brivio breve di brezza,
lieve carezza che dallago,
sord’ allaga Trevignano.
L’or’ che vada
per la strada, or’ che vaga,
in solitaria, è sacra,
perch’ è l’or fuori dal radar.

Che di tempo ce n’è tanto,
s’è ‘mportante fars’ incanto
in una passeggiata,
con l’orizzonte nello sguardo.
Trevignano c’è distante,
cieca e muta e sorda:
piange, perché invano
‘nvoca il brivido che t’acquieta.
Trevignano è rispettosa,
e non respira i brividi
in cui tu vivi di sera,
e poi rosa sbocci primavera.

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