Il mostro dentro di me si fa sempre più grande.

La coscienza. Sospiro profondo, eh già... La coscienza è quel figlio di puttana invisibile che agita un manganello per aria, e quando ha attirato tutte le attenzioni che cerca, con il medesimo traccia una linea sul terreno. Mostra l'indice e annuncia: “Chi vive seguendo la sacrosanta madre dell'empatia, sia benedetta come l'acqua, l'illuminatissima Coscienza, stia da questa parte della riga!”. Urla impettita come uno schutz-staffel con le emorroidi che ha appena digerito la cena dal messicano.

Allora tutti noi sgomitiamo, come quando si è schiacciati nella calca in piena notte di San Silvestro e qualcuno inizia a mandare raffiche di mitra random; sgomitiamo per metterci nel nostro posto: nell'oltre della linea adibito ai pensatori, la parte giudiziosa, la terra dei giusti.

Le bastonate non si fanno attendere. Qualcosa deve aver offeso la coscienza, quell'aguzzino col manganello si è sdoppiato, quadruplicato, fatto in otto, sedici; e ognuno di loro ci picchia a sangue, hanno il muso sfigurato dalla furia! Per darvi un'idea di cattiveria: trentadue denti di un bulldog americano a cui hanno centrato l'ascesso genitale con un tira-elastico. No, no, no, questa non rende. Il muso imbastardito di uno sbirro americano che ti vieta di passare perché il collega sta svolgendo il proprio compito. Così va meglio.

Ecco, ne prendo atto di avere un immaginario contorto; ma se dovessi rappresentare la coscienza, che a quanto sostengono i libri di biologia, pare sia composta da cinquanta per cento etere, quindici per cento aria e trentacinque per cento le promesse del governo, la vedrei così: con una divisa, come un uomo di legge. Quindi imprevedibile e, visto che ogni uomo ha un prezzo, può darsi anche corrotta.

È una fortuna che l'immaginazione sia una cosa astratta. L'immaginazione è come un grosso fiato di joint: appesta col suo odore pungente, tutti si accorgono che stai fumando, ma poi in un nulla si dirada. Un fuoco di paglia. Così è la coscienza.

Ve lo immaginate se davvero qualcosa avesse il potere automatico, insito nel cervello, di farci desistere dalle avance del libero arbitrio. Come se una mattina ti svegliassi e ti chiedessi cosa si provi a uccidere e il giorno dopo ti capitasse tra le mani l'occasione incarnata nel collo di un altro uomo. Sei lì che stringi per precludere l'aria alla gola del tuo prossimo, ma d'un tratto, come se il sistema individuasse un malware, il cervello ti manda davanti alle retine una lavagna di diapositive su cui è riportato cosa esattamente stia provando l'uomo a cui stai negando il respiro. In allegato foto dei familiari, pic-nic la domenica, il giorno del diploma, attimi di vita spensierata; squarci di conversazioni avuti ultimamente con la moglie, il figlio, gli amici. È lì, che dovrebbe scattare il salvavita, tac. E molli la presa.

Ma la coscienza... altro respiro profondo. L'ho detto prima: ho un mostro dentro che continua a crescere. Ecco, maledizione. Il male esiste e non ci possiamo fare niente. Ma se dovessi immaginare il male non starei a elencare materie inafferrabili come con la coscienza. Il male c'è. Si muove piano, elargendo dolore silenzioso ovunque si insinui. Capisce, sente, geme beffardo, è nascosto tra le orecchie. Il male ha una coscienza? Perché io ho questo mostro dentro che si fa sempre più grande, e dal momento che sussiste fisicamente, dal momento che esiste nelle sue forme, potrebbe pure avere una coscienza e capire che non è benvenuto a casa mia. Il mostro si ha preso la mia libertà. Mi ha immobilizzato, qui è tutto bianco, non respiro, ho il suo ginocchio sul mio collo. Cosa miseria vuole da me?

Dovrei chiedere a Don Chisciotte come si combatte qualcosa che non si può combattere. Mah, il sistema di madre natura ha più bug delle cartucce del Sega Mega Drive.

Il soffitto dell'ospedale sta riprendendo forma. Le plafoniere al neon, l'odore di sangue e disinfettanti, le grida di qualche disperato. Devo aver avuto un altro attacco dei miei.

Sto morendo, non credo che mi manchi molto. L'ho intuito dacché ogni sera, prima di prendere sonno, appare una Madonnina turchese e mi racconta una storia. Non credo che sia frutto di tutte le schifezze che prevede la terapia. Mi piace pensare che sia veramente lei. Mi accarezza la fronte e lacrima cinque o sei (quando riesco gliene scrocco nove, dieci) gocce di benzodiazepine, che nascondo avidamente dietro la lingua.

“Oh Madonnina”, le dico sempre. E lei mi chiede cosa può fare per un povero diavolo come me. Allora le dico: “perché mai, perché mai mi trovo qui, in un letto d'ospedale a marcire d'infima agonia, anziché nella terra dei giusti a stare con giudiziosi pensatori?”.

E lei mi risponde. Lo fa con flemma celestiale, le parole più musicali che abbia mai sentito; divinamente utopica, come se il cielo riproducesse il suono sommesso di un quieto mare. E me lo rivela. Esce. Mi lascia così.

La coscienza esiste in ogni uomo, e quello che ho sempre chiamato mostro altro non è che lei.

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