In attesa dell'autobus. Le automobili sfrecciano come siluri per giungere chissà dove. Sui marciapiedi uomini, donne, ragazzi, ragazze, corrono. Corrono velocemente. Corrono senza guardarsi negli occhi. Alcuni entrano freneticamente nei negozi, altri continuano a correre per raggiungere l'entrata della metro o la fermata dell'autobus. Guardano sempre l'orologio. Quello centrale, lassù in alto sulla torre della stazione,  batte i suoi colpi e la gente sembra accelerare, più delle macchine roboanti dagli scarichi asfissianti. La giornata è una continua accelerazione fra ostacoli urbani e semafori colorati, rilucenti sempre per gli  stessi bagliori. Rosso, arancione, giallo, giallo, arancione, rosso. Sequenza meccanica. La corsa è inarrestabile. La visione angosciante. Dall'altra parte del marciapiede, in attesa dell'autobus noto una bella ragazza. Si guarda allo specchio, rassetta il suo trucco, si spazzola  i capelli biondo oro. Sembra  guardarmi. Mi sorride. Mi sorride. Anch'io in attesa dell'autobus nel verso contrario della strada e nel marciapiede di rispetto le sorrido. Sembra una stonatura in mezzo a tanta egoistica e metropolitana frenesia contemporanea. Mi sorride, sì, mi sorride. Mi azzardo ad attraversare. Il semaforo a comando fa le bizze. Ho premuto il bottone da un secondo. Mi sorride. E quando mi capita un sorriso così soave? Oh, semaforo, non farmi del male! E' verde, attraverso, ma l'autobus arriva inesorabile e porta via quel sorriso. Oh, desolazione, oh, disperazione! Vedo quel bestione d'acciaio portar via il mio sorriso soave di quella ragazza, che continua a guardarmi dal finestrino. Mi sento un ago perso nella sabbia del deserto. Ormai svuotato da ogni entusiasmo, penso: "Chissà mai se quello era un sorriso vero o un tic nervoso". Mi strombazzano. Il semaforo é ritornato rosso. Qualcuno mi grida: "E che fai sogni?" Me lo chiedo ancora. Me lo continuo a chiedere ancora.

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