Dieci anni fa la mia vita fu stravolta da un manipolo di soldati romani. Feroci e spietati più di un branco di lupi. I miei genitori, tutta la mia famiglia, furono uccisi senza pietà. Il mio povero padre ha bagnato con il suo sangue il terreno che stava arando. Mia madre ha intriso con il suo i panni che stava lavando al fontanile.

Io mi sono salvata solo per un accidente fortunato, quella mattina, infatti, non mi trovavo in casa: ero andata nel bosco poco lontano a raccogliere radici. Avvertita dal trambusto e dalle urla, mi sono messa in allarme. I miei genitori sin da piccola mi avevano insegnato a fiutare il pericolo nell'aria, a coglierne anche i più impercettibili segnali. Ho trovato riparo all’interno di un grosso tronco di quercia, spaccato e semicarbonizzato da un fulmine. Da lì, più che vedere, ho potuto intuire lo sterminio della mia famiglia, il saccheggio e l’incendio della mia povera casa: poco più di un tugurio, ma era tutta la nostra ricchezza. Lì nascosta, ho trascorso tremante tutto quel giorno e la notte successiva.
All'alba del giorno dopo mi sono fatta coraggio: ormai il silenzio dominava la valle da molte ore. Era il silenzio della morte e della devastazione. Sono uscita tremante dal mio rifugio di fortuna e ho vagato nel bosco per alcune ore, prima di riuscire a trovare il coraggio di avvicinarmi a casa. Sapevo già quale spettacolo si sarebbe presentato ai miei occhi.

A distanza di anni, quelle immagini terribili affiorano ancora nella mia mente. D'altronde non potevano non segnare nel profondo l'animo di una ragazzina di soli otto anni. Sono riuscita a superare lo strazio e il dolore con una dose di coraggio inaspettata. Ho scavato per i miei genitori un posto nel più profondo recesso del mio cuore, dove riposeranno per sempre. Della casa e del poco che conteneva non era rimasto niente. Ho abbandonato i luoghi dove ero nata e vissuta fino a quel maledetto giorno e mi sono messa in cammino verso il nulla. Destinazione: l’ignoto. Ho camminato per giorni, ho mangiato radici e frutti selvatici, ho bevuto l’acqua dei ruscelli, ho dormito in ripari di fortuna, tenendomi sempre nascosta ai viandanti che percorrevano il mio stesso cammino. Ma la prudenza di una bambina di otto anni non poteva bastare a metterla al riparo da altro dolore.
Un giorno, vinta dalla stanchezza, mi sono addormentata all’ombra di un alto faggio. Non sembrava sonno il mio, era piuttosto uno stordimento, quasi una perdita dei sensi. Era come se la mia coscienza si fosse voluta staccare dal corpo, come se avesse voluto entrare in una vita più lieta, da potersi realizzare quantomeno nel mondo dei sogni. Quel giorno fui catturata da due mercanti di schiavi. A nulla valsero le urla e i pianti disperati. Mi legarono mani e piedi e mi caricarono di peso su un carro sgangherato, trainato a fatica da un ronzino vecchio e macilento. Dopo quattro giorni di viaggio estenuante, arrivammo in un grosso villaggio, nel quale una volta a settimana si teneva il mercato degli schiavi. Fui rinchiusa in un recinto, insieme ad altri malcapitati, ma nessuno di essi era così giovane come me. Un serraglio di paura e di disperazione. Uomini, donne, vecchi, giovani, diversi per provenienza e per lingua, tutti uguali nello sguardo terrorizzato, come di bestie condotte al macello, tutti fratelli nell’infame comune destino: la schiavitù.
Fui acquistata da un ricco mercante come regalo per la sua amante. E questa fu la mia fortuna. Dopo tanta angoscia, la sorte finalmente mi aveva rivolto uno sguardo benevolo. La mia padrona, una bellissima meretrix, mi accolse subito con favore. Era gentile e premurosa nei miei confronti. Mi trattò da subito come se non fossi la sua schiava, ma una sorella minore. Era giovane ed affascinante ed era molto colta, sapeva leggere e scrivere. Cantava meravigliosamente e danzava con estrema grazia. La sua clientela era selezionatissima, i suoi amanti erano tra i personaggi più illustri della città. Non sembrava importarle di essere una prostituta. Non parlava mai della sua attività. Trascorreva molta parte del suo tempo libero a leggere e, soprattutto, a scrivere. Spesso, non vista, mi capitava di osservarla mentre con lo stilo incideva dei segni sulle tavolette cerate. Più spesso si serviva di fogli di papiro, sui quali con il calamus bagnato di inchiostro tracciava linee per me a quel tempo misteriose e incomprensibili, ma che esercitavano su di me una fascinazione irresistibile.
Un giorno, mentre la stavo aiutando ad acconciarsi i capelli, mi feci coraggio e le chiesi che cosa fossero quegli strumenti che tanto spesso la vedevo utilizzare e che, non glielo nascosi, mi incuriosivano molto. “Servono per scrivere”, mi rispose con un dolce sorriso. “La scrittura è una magia. È un’attività che ci apre le porte dei sogni”. Da quel momento la mia mente non concepì altro desiderio che di imparare quella meravigliosa arte. Volevo imparare a leggere e, soprattutto, a scrivere. Volevo inventare storie e raccontarle attraverso la scrittura.
La mia padrona non seppe resistere alle mie preghiere garbate, ma insistenti. Si rese disponibile ad insegnarmi a leggere e a scrivere, ma a patto che tenessi la cosa segretissima. Non avrei dovuto rivelarlo a nessuno. Giurai solennemente che avrei mantenuto il segreto. Sapevo benissimo che l’istruzione era qualcosa di vietato per quelli come me: gli schiavi dovevano restare nell’ignoranza e non dovevano imparare nulla, se non a ubbidire con sollecitudine a ogni ordine dei padroni. Questa condizione così spiacevole pesava soprattutto sulle donne. La forza di Roma si reggeva anche su questo.
In pochi mesi, grazie alla generosità della mia padrona, riuscii ad apprendere tutti i segreti di quell’attività. Imparai a poco a poco a leggere in modo fluido e a scrivere sempre più correttamente. Ero davvero felice. Trascorsi quasi due anni in quella casa, ormai la consideravo la mia casa. Ma la sorte beffarda mi stava preparando nuovamente un brutto tiro, per me era nell’aria un nuovo strappo doloroso.

La mia amatissima padrona all’improvviso si ammalò e non si poté fare niente per salvarla. In pochi giorni morì e tutte le sue cose, schiavi compresi, furono messe in vendita. Fui acquistata da una ricca famiglia di ceto equestre, che mi assegnò al gruppo di schiavi della tenuta di campagna.

Vivo in questo grande podere da ormai quasi otto anni. I padroni vengono raramente, peferiscono soggiornare a Roma. Questa è una grande fortuna per me, perché così posso agire indisturbata. Posso fare per i miei compagni di schiavitù quello che la mia indimenticata padrona ha fatto per me: insegnare loro a leggere e a scrivere. Leggiamo e scriviamo di tutto: favole, poesie, testi teatrali. Con le tavolette cerate e il nostro stilo riusciamo a viaggiare con la fantasia, a rinverdire la speranza in un futuro migliore e a sentirci finalmente davvero liberi.

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