Sulla pellicola del tempo scorrevano frenetiche le immagini di volti disperati. Mentre vagavano lungo corridoi freddi e inariditi si leggevano solo ansie, aggrovigliate all’insofferenza. Visi di pietra, solcati da domande senza risposta. Le emozioni avevano ormai penetrato la loro pelle, scavando troppo in profondità. Qualcosa si era rotto. Ciò che era rimasto di loro era poco più che una collezione di pupazzi di carne. Con nomi, senza qualcuno che potesse usarli per comunicare con loro. Con desideri, ma senza qualcuno che potesse capirli.

Filippo si aggirava nei corridoi lunghi e larghi che portavano verso l'esterno nei grandi viali alberati. I suoi passi risuonavano ritmici nel silenzio assordante. Era raccolto nei pensieri del momento, che si confondevano tra i mille che lo attanagliavano nel corso della giornata. Non aveva figli né moglie, ma solo qualche amico. Non aveva mai vissuto il brivido di un sogno e non possedeva i soldi per poterlo fare. Trascinava avanti la sua vita, senza motivo.

Di quell’uomo era rimasto solo un brandello di esistenza. Ascoltava le voci sorde e ripetitive di camici bianchi che somministravano la terapia e bisbigliavano qualcosa che a lui risuonava poco comprensibile. Era solo tra tanti. Il freddo, il caldo erano diventati per lui quasi la stessa cosa, le stagioni si alternavano ormai come le giornate, sempre uguali, la pioggia che batteva contro i vetri lo divertiva, ogni goccia di pioggia danzava come ciò che rimaneva dei suoi frantumati pensieri. Amava il sole quando tra i rami degli alberi filtrava fino a carezzare il volto provato dal tempo, con le rughe di espressione che ormai si erano impresse, come solchi amari d'un tempo inaridito.

Filippo guardava dai vetri i compagni che si portavano lunghi i viali e sorrideva quando sapeva che aveva il permesso di poter accendere una sigaretta. Dalle volute di fumo, il volto appariva ancora più pallido, il suo taciturno soliloquio non lasciava scampo alle fantasie che migravano disordinate intorno a quelle nuvole grigie.

Eppure, lui c’era, lì, fermo, con le mani incrociate sul panciotto e il berretto blu cobalto. La vita trascorsa tra le stanze nude e fredde di quell'enorme struttura dalle cancellate rumorose, che ora cominciavano ad aprirsi all'esterno, aveva lasciato segni indelebili.

Filippo, come tanti, non sapeva più come e dove andare. Era lui, la sua vita e quella di tanti trascorsa tra le mura fredde e aride di un contenitore enorme di follia. Il resto era anonimo grigiore tra nuvole di fumo!

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