I boulevard sono tutti illuminati dalle luci di un Natale a cui mancano solo poche ore e sulla strada dell'hotel la bancarella dei vecchi libri sta per chiudere.

«Dix euros?»

«Bien monsieur, au revoir et joyeux Noël».

La copertina è viola, le pagine ingiallite, scritte a mano con una calligrafia elegante, portano la data “3 octobre 1964”. Sono bastate poche righe scritte in italiano per farmi dimenticare del volo per casa cancellato per la neve e per il disappunto di trascorrere da solo la notte di Natale. Salgo nella mia camera d'albergo, mi tolgo il cappotto e le scarpe e mi butto sul letto con una tazza di café noir e il mio acquisto letterario.

 

Per tutti ormai da una vita sono monsieur le docteur Jacques Dedecq ma il mio vero nome è Arturo Biondi. Sono italiano e scrivo questa mia testimonianza nella mia lingua e confesso qui la mia vera identità,  perché chi leggerà questo mio libricino si convinca della verità di quanto sto per dire. Riguardo a me confesso qui quello che in cinquant'anni non ho mai detto a nessuno...

Sono nato il 9 settembre 1890. Sono fuggito da Bologna dove studiavo medicina ed ero ormai prossimo alla laurea. Ero un giovane studente fuori sede e vivevo in una camera ammobiliata in  quella che allora si chiamava via San Donato ma che dal secondo dopoguerra è stata ribattezzata via Zamboni. La padrona di casa, nel giro di qualche mese, divenne  la mia amante ma ben presto compresi di non essere l'unico uomo della sua vita. Sopportavo quella situazione fino a quando non assistetti ad una scena che ancora oggi a decenni di distanza al solo ricordo mi fa stare male.

Lei, Annina, stava ridendo di me con l'avvocato Bissani mentre erano entrambi nudi nella sua camera da letto. Quella sera ero ubriaco per aver festeggiato con una colossale bevuta il mio ultimo esame prima della laurea ed ero corso a casa per brindare con Annina. Entrai senza far rumore per farle una sorpresa.

Fu lei invece a sconvolgermi per la cattiveria con cui rideva delle  cose nostre più intime con quel meschino suo intrattenitore. Come una furia piombai in camera sua e la strozzai con le mie mani. Ancora oggi con grande strazio avverto sulle mie dita il pulsare di quel collo vellutato, e mi si riempie il naso di quell' acqua di rose, che innescò la mia ossessione per quella donna bellissima  .  Fuggii nella natia toscana e da lì con l'aiuto di un contrabbandiere arrivai in Corsica dove per una serie incredibile di avvenimenti che non sto qui a dirvi assunsi le generalità di Jacques  Dedecq di Amiens, dottore in medicina morto suicida dopo una notte sfortunata nella peggiore bisca di Ajaccio e il cui corpo seppellii prima dell'alba. Per apparire credibile, nonostante il mio francese scolastico, per circa un anno simulai una parziale afasia che mi rendeva molto difficoltosa la fonazione e che ancora oggi lamento con chi mi chiede del mio strano accento.

Qualche anno dopo, nel 1920, il mondo era funestato dall'epidemia della spagnola ed io, Jacques  Dedecq, ero medico presso la colonia penale dell' île du Diable. Il mio assistente era un ergastolano di nome Jean Gerrard condannato al  carcere a vita per aver ucciso al culmine di una lite il suo socio in affari. Aveva, a suo dire un sacco di buone ragioni per farlo, e sicuramente un processo giusto gli avrebbe riconosciuto molte attenuanti e se la sarebbe cavata con pochi anni di galera ma la sua vittima era nipote di un alto prelato di Notre Dame a Parigi e il potente zio spese tutto il suo prestigio per vendicarsi.  Jean era al momento del delitto impresario di pompe funebri, dopo aver fatto per vent'anni il becchino a Vau Girard. Le sue conoscenze di anatomia non erano accademiche ma tutte acquisite dall'esperienza di chi per anni aveva violato i loculi alla ricerca di oggetti di valore da rubare.

«Lei non immagina dottore le cose che la gente mette nelle bare, tra i  drappi di velluto oppure nascosti negli antri più intimi di corpi ormai freddi».

Si divertiva a raccontare conquistando subito l'attenzione morbosa di chi ascoltava.  E quando la sera ci sedevamo a bere rum guardando l'oceano, terribile nostro carceriere, giocavamo spesso a poker, usando come fiches le garze per le medicazioni e Gerrard mi insegnava i suoi trucchi .

Oppure mi raccontava spezzoni di ricordi delle tante vite che aveva vissuto. E i suoi erano racconti di prigionia, visto che era in colonia da una dozzina di anni almeno, oppure dei bordelli di Pigalle dove tra oppio e alcol aveva impegnato i suoi giorni migliori. Non parlava mai, il buon Jean, del suo lavoro al cimitero.

Lui era divenuto il mio Virgilio, la mia guida tra gli orrori quotidiani.
In quel luogo di dolore, a contatto con i veri “Miserables”, sentivo di dover scontare anche io il mio fio. Ero un uomo senza più radici, costretto a vivere nella menzogna, sicuro che se fossi ritornato nella mia Livorno mi avrebbero subito arrestato disonorando la mia famiglia inventando contro di me chissà quali  accuse ordite da quel traffichino di Bissani.

Di quegli anni ricordo vivamente il primo Natale. L'infermeria era stranamente quasi vuota, ma io e Jean trascorremmo grande parte della notte Santa nel disperato inutile tentativo di salvare la vita di un giovanissimo deportato arrivato in quell'inferno equatoriale appena una settimana prima.  Era un giovane creolo dagli occhi azzurrissimi, eredità di qualche marinaio, dai lineamenti dolci, femminei, quasi angelici. Il suo arrivo  aveva scatenato una violenza inaudita. Appetiti gretti non solo da parte di detenuti che non avevano mai avuto una legge morale, ma anche da parte di integerrimi funzionari pubblici, soliti  occupare i primi banchi della messa domenicale.  Alla fine di giorni di grande violenza, due guardie, un impiegato e cinque detenuti si erano già scannati fino alla morte. "Poupée" dilaniato da un machete era morto tra dolori indicibili senza però mai perdere quella sua dolce espressione che aveva scatenato una carneficina.

Da allora niente fu come prima all'île du Diable.

Nel 1927, dopo la morte di Jean, risoluto a reclamare un'altra chance per me e per lui che in quei lunghi anni all' inferno, era diventato il mio Maestro, mi trasferii in Bretagna a Saint Malo, dove rilevai lo studio dell'anziano Docteur Pinault e ne sposai la nipote Pauline. Credetti di aver trovato la felicità,  ma...

 

 

 

 

 

Il resto delle pagine era praticamente illeggibile. Solo in fondo, fatto con una penna rossa, si intuiva un volto tratteggiato da mano malferma e sotto un cuore con dentro scritto “Poupée”.

Quella notte in albergo non chiusi occhio.
Immaginai  Pinault al tavolo da gioco.
Perdere prima l'avviato studio.
E poi  costretto  a concedere la mano di un' innocente 
a quel brillante medico capace di cavare dal mazzo sempre la carta giusta.
Pauline, Annina e Poupée…

Quanti misteri per una vita sola!

Ho deciso domani vado in Bretagna.

La mia famiglia può aspettare un paio di giorni.

Voglio saperne di più di questa storia.

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