Stavo scrollando Facebook come si fa alle undici di sera quando non hai niente da fare, ma non riesci ad andare a letto. 

Pollice in automatico. 

Gatti, pubblicità di diete miracolose, compleanni di gente che non conosci.

Poi mi appare lei.

“Principessa iraniana dell'800. Simbolo di perfezione nell'Impero Persiano”, diceva la didascalia. Con tutta la serietà del caso, ho fermato il pollice.

Gambe pelose. Baffi. Monociglio unico, compatto, deciso, come una firma. Calzerotti corti bianchi. Vestito cortissimo che nessuno le aveva chiesto di mettere. 

Corporatura da mobile pesante. Posa regale, sguardo fiero, la mano appoggiata a una colonnina come a dire: sono qui, fatevene una ragione.

Ho riletto la didascalia. "Simbolo di Perfezione".

Nei commenti qualcuno aveva scritto: "Da lì nacque il burka." Duecento like. 

Qualcun altro: "Mio zio Gennaro è più bella." 

Il filosofo da bar: "Senza filtri siete tutte così." 

Una donna aveva risposto: "Parla per te." 

Lui non aveva più risposto.

Il migliore però era quello che aveva scritto solo: "Non ci credo che è femmina."

E sotto, immediato: "Neanche lei."

Ho riso e sono andata avanti. Sono tornata su.

Perché la cosa incredibile è che lei era davvero il top. 

Non è una storia inventata, si chiamava Fatemeh Khanum, figlia dello scià, e nell'800 persiano era considerata bellissima. 

Suonava il pianoforte amabilmente, parlava con i diplomatici europei, era spiritosa, intelligente, colta.

E aveva quei baffi lì. Si quei baffetti lì, da sparviero.

Suo padre, lo scià Nasser al-Din, nel 1873 andò in Russia, ospite dello zar, e assistette a uno spettacolo di balletto. Ballerine classiche, leggere, longilinee, tutù, piroette.

Tornò a casa completamente ribaltato.

Ordinò che tutte le donne del suo harem indossassero il tutù.

Il velo, però, restava.

Ora, voi capite che lo scià aveva ottantaquattro mogli e tutte selezionate secondo i canoni estetici Qajar. 

Tutte costruite come armadi. Baffi, monociglio, corporatura mastodontica, gambe che non si scusano di esistere.

Ottantaquattro tutù.

Ottantaquattro veli.

Ottantaquattro ippopotami, tipo Fantasia della Disney, che ballano il valzer.

San Pietroburgo era lontana.

Quindi immaginate la scena… sei lo scià, hai ancora in testa le ballerine russe, le luci, i tutù leggeri che girano. Entri nella camera da letto. E’ buio. Ti aspetta lei, il simbolo di perfezione iraniana. 

Baffi, monociglio, mutandoni e calzetti corti, corporatura da armadio a quattro ante. In tutù.

Si accende la luce.

Ti guarda seria.

Probabilmente attacca a parlare di filosofia.

Tu guardi il soffitto.

Lei suona il pianoforte.

Tu pensi alle ballerine sovietiche.

Il problema è che non puoi dire niente. È la figlia dello scià. È il simbolo di perfezione. Sei tu quello strano.

Ho chiuso l'app e ho riso.

Ho riaperto l'app.

L'ho riguardata.

Ho richiuso l'app.

Alle undici e mezza ero ancora lì.

Simbolo di perfezione….

Calzetti corti….

Ottantaquattro ippopotami in tutù.

Alcuni misteri non hanno risposta.

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