Estate 2025. La mattina del 26 luglio Raffaele era pronto, come ogni giorno di vacanza che si rispetti, a compiere il suo personale sacrificio quotidiano: andare al mare. 

“Un impegno alquanto gravoso, di quelli che logorano l’anima e il fisico, soprattutto se affrontati con dedizione e continuità”, pensò Raffaele con un sorriso malizioso.

La sera prima, la figlia al telefono, lo aveva rassicurato su tutto: stava bene, la gravidanza procedeva senza intoppi, nessun segnale d’allarme. 

Anzi, gli aveva consigliato di continuare tranquillamente a trascorrere le sue giornate steso sulla sabbia dorata dello Schiapparo, immobile come una lucertola al sole, almeno fino al 10 agosto. Il parto era previsto per il 13 dello stesso mese. Mancava ancora tempo. Tutto sembrava sotto controllo.

E allora, cosa mai sarebbe potuto andare storto?

La vita però ama le entrate teatrali. Ci sono momenti che non bussano, non si annunciano, non chiedono permesso, non fanno neppure finta di essere gentili. Entrano a gamba tesa, come un difensore vecchio stile, uno di quelli che non guardano la palla ma solo le gambe dell’avversario. Ed è proprio così che arriva un nipote: senza preavviso, senza rispetto per i programmi altrui, con la capacità straordinaria di ribaltare una giornata, e spesso un’esistenza intera, come un tappeto appena sbattuto.

E infatti accadde proprio quel giorno. Non un giorno qualunque, ma il giorno di Sant’Anna, protettrice delle partorienti e, con ogni probabilità, nemica giurata delle ferie altrui. In quel preciso momento la figlia entrò in travaglio;  Cesare, il nipote, stava arrivando. Un bambino che non aveva alcuna intenzione di aspettare né il calendario né, tantomeno, il nonno.

Così Raffaele, che fino a pochi minuti prima indossava un costume da bagno e coltivava nobili pensieri marittimi, si ritrovò improvvisamente a spogliarsi in fretta e furia, come se stesse fuggendo da una scena del crimine. Pantaloni lunghi, calzini, scarpe. Le scarpe, soprattutto, si rivelarono un’esperienza quasi mistica: dopo settimane di ciabatte, sembravano strumenti di tortura medievale. O forse erano loro a essersi offese per l’abbandono prolungato.

Valigie caricate in macchina, gas e acqua chiusi, o almeno così credeva, e via, pronti a partire. Solo che, una volta seduto al volante, partì ma si rese conto di non avere la più pallida idea di dove stesse andando. La moglie, la futura nonna, era rimasta indietro a chiudere il cancello di casa, dimostrando che almeno uno dei due possedeva ancora una parvenza di sangue freddo.

Retromarcia! E puntuale arrivò la ramanzina: una di quelle memorabili, degna di una finale di Champions League di paternali con supplementari e rigori. Un flusso ininterrotto di rimproveri che lo riportò indietro nel tempo, all’infanzia: le sgridate della mamma al mattino, quelle delle suore a scuola, i richiami dei compagni più grandi nel pomeriggio e, per chiudere in bellezza, le osservazioni della nonna la sera. Una ramanzina che, se fosse stata messa per iscritto, avrebbe richiesto due volumi e un indice analitico.

Finalmente partì! La geografia, quella insegnata a scuola, sostiene che Roma è più a sud del Gargano. La strada, però, raccontava un’altra storia: tutta in salita. Una salita metafisica, esistenziale, aggravata dalla forza di gravità che, in quei momenti, sembra voler ricordare all’uomo la sua età e i suoi limiti.

Guidava come se fosse l’ostetrica di turno, convinto, chissà perché, che senza la sua presenza nessuno potesse nascere. La moglie, seduta accanto, cercava di riportarlo alla realtà: gli ricordava che in clinica c’erano ostetriche vere, ginecologi preparati e perfino il marito della partoriente. Insomma, il mondo avrebbe potuto continuare anche senza di lui.

Arrivarono a Roma. La clinica era a Roma Nord, praticamente dietro casa del Papa, ma per raggiungerla riuscirono comunque ad attraversare l’intera città in automobile. L’unica vera fortuna fu che, essendo estate, persino le ZTL sembravano essersi prese una pausa.

Quando finalmente arrivarono, la sentenza fu immediata e definitiva: Cesare era già nato.
Non aveva aspettato il nonno. Un modo elegante e inequivocabile per stabilire fin da subito le gerarchie.

Eppure, quando lo vide, accadde qualcosa di inspiegabile: un esserino piccolo, stropicciato, alquanto rumoroso, oggettivamente poco presentabile. Eppure, capace di sciogliere un uomo adulto in pochi secondi.

Gli occhi si inumidirono, forse per l’emozione, forse per l’aria condizionata. 

In quel momento comprese che diventare nonno non è una promozione. È una svolta della vita.
Non aggiunge un titolo, ma toglie certezze. Cambia il ritmo. Sposta le priorità. Introduce una nuova misura del tempo: quella tra una risata e un sonnellino.

Con il passare dei giorni, Raffaele ha compreso che i nipoti fanno bene. Fanno bene al corpo, perché obbligano a muoversi quando il corpo aveva già deciso di negoziare. Fanno bene alla mente, perché pongono domande alle quali non esiste risposta, ma pretendono comunque una risposta immediata. Fanno bene all’anima, perché recuperano una parte di noi archiviata con ordine, tra le bollette e le prescrizioni mediche.

Con un nipote si cammina più piano. Non per scelta, ma per necessità. Si guarda il mondo da più in basso e lo si scopre sorprendentemente più alto. Si ride di cose che prima non facevano ridere. Si fa fatica ad alzarsi dal pavimento, ma si resta volentieri seduti.

Non è solo affetto. È condivisione. I nipoti condividono tutto: tempo, energie, raffreddori e una misteriosa capacità di farti sentire giovane mentre stai chiaramente invecchiando.

Vecchio lo è Raffaele, e forse ora anche un po' rimbambito. Sono trascorsi mesi dal quel 26 luglio e l’altro giorno quando Cesare ha rifiutato il biberon con l’acqua sillabando un suono simile al “No … no!”, lui nel gruppo WhatsApp dei “diversamente giovani” si è vantato che il piccolino avesse pronunciato la parola “nonno”.

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