Albino lo vide rientrare come al solito alle ventuno.

“Buonasera dottore.”

“Albino! Buonasera.”

Albino aveva notato che da un po’ di tempo il dottor Giulio aveva cominciato a salutarlo così: “Albino! Buonasera. “

Prima il suo nome; lo chiamava come se si meravigliasse di vederlo lì, come se non lo vedesse da tempo, o forse era semplicemente assorto e si stupiva anche delle cose più semplici ed ordinarie come la sua presenza. Poi quel buonasera, a mezza voce, quasi sfinito dopo quel guizzo di meraviglia: “Albino! Buonasera.”

Giulio rientrò nel suo appartamento. Aveva freddo, la donna delle pulizie aveva dimenticato il balcone aperto. Il frigorifero era quasi vuoto. Ordinò svogliatamente una pizza che arrivò fredda, di venerdì succedeva, e poi fuori dovevano esserci poco più di dieci gradi, un ottobre insolitamente rigido, lì, vicino al mare.

Mangiò la sua pizza fredda guardando un film che non gli piaceva. Si assopì sul divano, vagamente consolato dal tepore volenteroso dei termosifoni, dal graffio bonario della birra e dalla dolce mollezza che lasciava nel corpo al suo passaggio.

Si svegliò a mezzanotte circa: lo accolse il gracidio insistente di un stagno televisivo pieno di ospiti che discutevano di qualcosa. Era sovrastato da quello schermo incontinente.

Si alzò. La semplice ipotesi di andare a letto gli sembrò piena d’insidie. Meglio rimandare.

Decise di aggiornare il diario dei suoi casi clinici. Lo stava scrivendo da qualche anno ormai, da quando la sua boria di giovane pediatra meccanico riparatore si era consumata, prosciugata dalle sconfitte, dalla morte che pure arriva. Scriveva d’altro, di occhi, di sguardi per esempio. Quel giorno appuntò:

“Stamattina alle undici ho visto Giorgio, quindici anni, carcinoma alle ghiandole surrenali. Avevo voglia di vederlo, l’ultima chemio è stata un bel match anche per un campione come lui. Alla fine del turno sono passato a salutarlo. Era da solo, stranamente, girato di spalle alla porta. Così raggomitolato aveva qualcosa d’inerme, la testa lievemente incassata nel collo, con le spalle tirate su.

Dava quella sensazione di una certa vergogna colpevole che provano alcuni pazienti: si sentono colpevoli come se la loro malattia fosse una punizione divina, un marchio ignominioso.

Ho esitato un attimo sulla porta, deve aver sentito la mia presenza perché si è girato e mi ha piantato quei suoi occhi in faccia. Si è girato piano, roteando sul busto senza stendere le gambe. E’ stato come vedere apparire un astro da dietro le montagne. Il suo sguardo acceso è sorto di fronte a me e ha sfondato la penombra , eco delle luci dal viale, dei lampioni accesi fuori da quella stanza, da quell’ospedale, in un altro mondo ad un passo lontanissimo da lì.

“Ciao”

“Ciao dottore, che vuoi?”

“Niente, passavo”

“Perché sei vestito normale?”

“Normale… ah, senza il camice. Ho finito il turno me ne sto andando a casa “

“Com’è la tua casa?”

“Una casa, niente di particolare. Posso sedermi?”

“Si. E tua moglie? Sta a casa?”

“No, se n’è andata. E tu Giorgio, come ti senti?”

“Mi fa male la testa”

“E’ un effetto della chemio, domani ti passa, poi se ti senti bene te ne vai anche tu a casa, d’accordo?”

“D’accordo”

“Ci vediamo domani, riposati”

“Dottore”

“Si”

“L’hai fatta arrabbiare, per questo se n’è andata?”

“No, è difficile da spiegare. Te lo racconto quando non hai il mal di testa se vuoi.”

“Va bene. Ma fai qualcosa per farla tornare”

“Cosa?”

“Scrivi una lettera”

“Va bene Giorgio, seguirò il tuo consiglio”

“Non mi fido, domani la voglio leggere”

“Sei un duro, eh? Ci vediamo domani”

“Ciao.

 

Si ricordò in quel momento della promessa fatta a Giorgio.

Preparò una lettera e se ne andò a dormire.

 

“Con questa non torna”

“Perché, non ti piace?”

“Non è di cuore, e poi è troppo corta”

Era talmente pallido.

“La devo riscrivere?”

“Si, ti devi impegnare se no non torna.”

 

La mamma di Giorgio guardava Giulio imbarazzata. Anche Giulio era imbarazzato ma per altri motivi.

La sera riprovò a scrivere. Sembrava proprio che Giorgio ci tenesse a quella lettera, non lo aveva mai visto così interessato a qualcosa.

“ Cara…” voleva inventare un nome ma chissà perché pensò che Giorgio se ne sarebbe accorto.

“ Cara Viviana”. Non pronunciava quel nome da un anno. Lo vide scritto sullo schermo e risentì i suoi passi sulle scale, le pentole riordinate in cucina dopo cena, le mani fresche di crema sul suo viso.

Si allontanò dal computer, si mise a guardare un film già cominciato. Sullo schermo, quel nome, chiacchierava sommessamente con il silenzio.

Era molto tardi quando riuscì a finire la seconda stesura della lettera.

 

“Si chiama Viviana?”

“Si. Torna se le mando questa?”

“No”

“Perché?”

“Perché non hai scritto cosa ti manca”

“Cioè?”

“Quando sto a casa, la mattina, mi sveglio e sento l’odore del caffè. Poi sento mia mamma che mette in funzione la lavatrice, mio padre che prende le chiavi prima di uscire. Quando sto in ospedale mi manca questo, i rumori, gli odori, che mi fanno riconoscere le persone.”

 

Era pallidissimo. Aveva gli occhi umidi di febbre e nello sguardo quella supplica: voleva che lui facesse quella cosa, Giulio non capiva perché lo desiderasse tanto.

Gli sfiorò la fronte: scottava. Lo coprì. Sembrava assopito, aveva gli occhi chiusi adesso.

 

“Albino! Buonasera” Pizza fredda. Divano. Si addormentò vestito, con il solito sottofondo berciante del televisore.

Erano le due forse le tre. Si svegliò aggredito dal freddo. Era ad un passo dal letto, dalla promessa di calore del piumone, quando si ricordò della lettera. Tentò di liquidare la questione ripromettendosi di farlo la mattina dopo prima di uscire.

Pensò a Giorgio, era stufo di deluderlo. Si buttò una coperta addosso, accese il computer.

“ Cara Viviana, è talmente tardi che non ho più scuse per essere sveglio: sono nel regno della notte e dei suoi sudditi, viandanti inquieti, matti o soli come me. Scrivo, a te che sei lontana.”

Sentiva un dolore liquido invadergli il petto, le gambe. Continuò.

Scriveva. La testa leggermente incassata nel collo, con le spalle tirate su. Aveva qualcosa d’inerme, la stessa vergogna colpevole di Giorgio per aver meritato il suo dolore. Ma stasera non era più solo, faceva parte di qualcosa, così gli sembrava, apparteneva alla stessa trance di vita sospesa in cui vivevano i suoi pazienti. Sospesi.

Scriveva.

“ (…) sono sordo della tua presenza ( …) ti scriverò fino alla fine della notte”.

 

“Ci manca solo una cosa”

“Che cosa?”

“I baci e le carezze”

“E tu che ne sai di queste cose eh Giorgio?”

“Glielo devi dire che ti mancano i suoi baci e le sue carezze. “

Secondo te se le mando questa lettera torna?”

“Non lo so”

“E allora perché me l’hai fatta scrivere?”

“Volevo vedere se eri coraggioso”

“Come te?”

“Io non sono coraggioso, ho paura”

“Di cosa hai paura precisamente?”

“Del dolore. Di morire.”

“Al dolore non ci pensare, ci penso io a fartene sentire il meno possibile. Per quanto riguarda la morte c’è tempo; domani ti mando a casa: contento?”

“Molto”

“Grazie Giorgio”

“Grazie a te dottore. Se torna me lo dici?”

“Certo. Te la faccio conoscere.”

“Non ti preoccupare, torna, perché sei bravo”

“Ciao Giorgio”

 

La sera, aggiunse l’ultimo pezzo alla sua lettera e la inviò.

 

***

 

Viviana

 

Era un monolocale abbastanza luminoso. A Viviana piaceva perché era un ambiente unico ma con tanti piccoli angoli che lei si ostinava a chiamare "Lo studio", "Il salotto", "L’angolo della lettura".

Quella sua minuscola casa sembrava un fondale marino: anfratti, grotte, piccoli squarci d’infinita bellezza come quella vecchia macchina per scrivere. Era adagiata su di un tavolino basso di ebano. La luce dell’abbaino, entrando, scivolava addosso al suo corpo nero con quelle piccole chiazze marroni di vita erosa, s’insinuava nel rullo, avvolgeva il carrello, s’inerpicava sulla leva altera, scendeva sui tasti impudichi, grondanti le storie africane, i reportage scritti dal padre su quella terra che lo aveva innamorato e in cui aveva vissuto con la sua famiglia per dieci anni.

Viviana chiuse la valigia: era pronta.

Si mise a cercare due foto, voleva portarsele. Le trovò.

Kenya, Nairobi, 15 novembre 1973 ( Viviana e Mapengo)

Il bambino che mi ha insegnato a dire in swahili una frase magica per guarire dalla nostalgia:

“ Mama, kama wewe taitua mimi, mimi tarudi tu; e cioè: ogni volta che mi chiamerai sarò lì con te”

Italia, Roma, 1988 Io e papà nel giorno della mia laurea in medicina.

Va bene, porto queste, decise.

Raggiunse la valigia davanti alla porta e consegnò alla barriera dentata di una cerniera il suo piccolo album.

Controllò il biglietto: Roma \ Nairobi. Chiamò per gli ultimi dettagli il suo referente di Medici senza frontiere. Risentì con piacere quella voce smerigliata dalle troppe sigarette, forse, con delle curve più acute a tratti, quando voleva tagliare gli angoli delle difficoltà alle incertezze dei volontari.

Prima di spegnere il computer portatile controllò la posta. C’era una lettera. Cliccò.

La valigia era lì, davanti alla porta, con le guance paffute, serafica. La casa era illuminata da un striscia sbieca di sole, sfuggita all’abbaino e impallidita dal velo bianco della tenda.

Viviana leggeva:

 

" Ciao. E' talmente tardi che non ho più scuse per essere sveglio: sono nel regno della notte e dei suoi sudditi, viandanti inquieti, matti o soli come me. Scrivo. A te che sei lontana. Volevo dirti che ho fatto un inventario di tutto quello che nella tua fuga precipitosa hai portato via da qui. Controlla se hai preso tutto o se ti manca qualcosa che dovresti assolutamente tornare a prendere. Vediamo.

Hai portato via con te:

- il rumore della caffettiera tirata via dallo scolapiatti alle 6.00 del mattino

- il fruscio indolente della vestaglia

- lo sbadiglio della veneziana che trillava dietro i vetri

- le luci livide del porto sulla tua tazzina del caffè

Hai portato con te:

- lo sciame caldo della doccia

- i sussulti della radio mal sintonizzata

- lo scorrere sgraziato del pettine sulle piccole ribellioni stridule, dei nodi, nei tuoi capelli terra e fili di luce

- hai portato via il barrito del tram contro il cielo grigio, mentre t'inghiottiva".

" Hai portato via l'intima sonorità:

- dei tuoi passi che tornavano la sera

- delle pentole riordinate

- delle finestre chiuse in faccia alla notte

- della crema caprifoglio e malva e l'orma delle tue mani fresche sul mio viso".

" Anche quel silenzio

- il silenzio dopo l'amore

- l'abbraccio sfinito

- il sonno nudo del tuo seno 

Hai portato via:

- i baci

- i baci e le carezze di questa voglia di te che hai dimenticato nel mio corpo inerme".

" Sono sordo della tua presenza e stanotte ti scrivo per chiederti se hai lasciato qui, qualcosa di te che posso tenere, assieme all'ombra di questo amore e alla mappa sonora di te. Ti scriverò fino alla fine della notte." Giulio

 

Era pallida. Ripensò all’ultima volta che aveva parlato con Giulio: “Non voglio passare la vita ad aspettare che ritorni o riparti per l’Africa. Non voglio vivere con la tua assenza. Non ce la faccio, Viviana.”

Era passato un anno. Se ne stava lì, immobile, aspettando che l’eco di quelle parole appena lette si spegnesse, per poter riprendere a respirare.

All’improvviso si alzò.

 

Si mise a correre giù per le scale a precipizio ma erano senza fine saltava i gradini a due a tre in un’ansia di luce dolorosa e il portone le sembrò un ventre materno dal quale evadere dopo aver attraversato un inferno di acqua e sangue e correva correva lungo strade dritte e viali e semafori pigri nel loro eterno respiro ternario ( stop via attenzione stop via attenzione) correva e tutto attorno urlava ignaro che lei aveva poco tempo un cronometro invisibile puntato alla schiena come una pistola come l’ultimo istante come la parola fine come un amore che si sta rassegnando correva perché aveva capito una cosa una cosa che conteneva tutte le cose tutte le ragioni una cosa che si allungava nella sua mente come il ponte su di un baratro una di quelle cose belle che arrivano all’improvviso come l’ultima parola del cruciverba il cacciavite giusto la colla che incolla gli auguri dei nemici a Natale correva senza fiato senza gambe senza corpo correva su quella strada luminosa che le si era accesa davanti agli occhi ci poteva anche morire su quella strada sarebbe stata una morte perfetta dopo una vita perfetta grazie a quella piccola luce perfetta correva sorgeva e tramontava su marciapiedi percorsi e dimenticati come cibo divorato e digerito correva correva e i cartelloni pubblicitari le auto bercianti i bambini tirati di mala voglia dal tepore notturno tappezzato di favole e sogni la guardavano correre e per un istante partecipavano anche loro a quel guizzo a quel balzare di vita urgente imperioso correva ancora quando vide il platano e capì che tra poco avrebbe potuto respirare a pieni polmoni come l’affogato che sfugge all’onda per sempre avrebbe sentito tremare tutte le cellule dentro in un chiacchierio concitato cosa accade cosa accade tutte lì a pizzicare la pelle un alveare luminoso di vita vita vita scale di corsa e vita scale scale e vita. Gli cadde addosso. Appena aprì la porta.

Giulio l’abbracciò fino alle ossa. Glielo disse ansante. Sfinita. Come se temesse di dimenticarlo.

<< Mama… kama wewe… taitua mimi… mimi… tarudi…tu.>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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