Al binario c'erano una dozzina di persone che aspettavano il treno; il freddo pungeva e io ero un po' brillo.
Da lontano si sentivano i freni strisciare contro le rotaie e un rumore ferroso cominciava a fischiare nelle orecchie, poi cessava e una voce annunciava altre partenze.
Mi chiedevo cosa ci facesse la gente in quella dimensione di lucidità e perchè non viaggiassero insieme a me. Mark rispose che ero un tossico. La droga cominciava a fluirmi in corpo, avevo appena sentito Mark pronunciare qualcos'altro, ma non capii, ero concentrato sullo sballo e sugli occhi delle ragazze che mi passavano accanto da tutte le direzioni. Destra, sinistra, davanti, dietro; un bambino il cui pianto mi sembrava un ruggito e l'asservazione con la quale la madre gli rivolgeva attenzioni; la voce stridula di quella affianco a me, un tizio che fumava.
Accesi una sigaretta, bruciava male. Il treno era in ritardo di qualche minuto e dalla piazza alle mie spalle cominciavano ad accorrere altre persone.
Da lontano vidi un magazzino, la serranda era semi abbassata, le luci cominciarono a spegnersi una ad una; avevo qualche minuto per dirigermi a prendere una birra con le ultime monete che rimanevano in tasca.
Mi infilai tra la folla per raggiungere l'obiettivo, mi guardavano male come sempre, ma raggiunsi il posto prima che il tizio/gestore con la canottiera nera dicesse qualcosa. Poi disse effettivamente qualcosa per l'orario, sotto l'enorme baffo nero. Era stufo del suo lavoro era chiaro, ma io ero stufo di tutta quella gente e non volevo scendere di gradazione.

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