Ci scappò il morto quella notte allo Squat Konkordia e la cosa destò un certo clamore.

I giornalisti erano qui sotto a fotografare ancor prima che arrivassero sia le ambulanze che le forze dell'ordine.

Quando arrivarono, gli sbirri, fecero un gran baccano ed io non ebbi nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa stesse succedendo che mi sfondarono la porta e me li ritrovai davanti in tenuta antisommossa e con i mitra spianati.

Un risveglio decisamente rock.

Ultimamente il Konkordia, o lo “squat” come semplicemente lo chiamavamo noi, era saltato alla ribalta delle cronache per via di un'installazione che un writer abbastanza celebre in città aveva fatto durante un'incursione notturna.

Il Comune non l' aveva definita illecita e si erano spese un mucchio di parole sulla street art e compagnia bella senza che nessuno si preoccupasse di andare a vedere il perché e il per come quell'ex palazzo patrizio a pochi passi dal centro era diventato il rifugio di scoppiati e diseredati di ogni genere.

Girava eroina al Konkordia e lo sapevano tutti, poco importava che il kollettivo autoproclamatosi KK lo abbia negato allo spasmo fino all'ultimo, ci si bucava qui dentro, tra le finestre murate e il cartello con sopra scritto “vietato l'ingresso ai non addetti ai lavori”.

Morì una ragazza quella notte, e al mattino la ritrovarono, riversa sul letto, con la siringa ancora conficcata nel braccio.

La ragazza in questione poi non era proprio una qualunque, ma la giovane ereditiera di una delle più importanti dinastie dell'editoria made in Italy.

Questo dettaglio fece scatenare la stampa che ci ricamò sopra per giorni e giorni con articoli a nove colonne in prima pagina e speciali in seconda serata sulle reti di Stato.

Quella fu l'ultima notte che dormii al Konkordia perché in seguito alla tragedia lo squat venne chiuso in fretta e furia e a nessuno di noi fu più permesso di tornarci.

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