Lo guardava camminare lungo il naviglio, avanti e indietro, con la sua ragazza. Un paio di volte lui alzò gli occhi prima che lei tirasse la tenda e il loro sguardo si incrociò.

Sì sposarono una decina di anni dopo, in piena guerra. La chiesa non aveva più il tetto e lei indossava un vestito scuro che si era cucita da sola. Ogni tanto le arrivava la voce piagnucolosa di una bambina che si lamentava perché voleva vedere una sposa vestita di bianco.

Era un matrimonio sbagliato.

Andarono a vivere con i suoceri, altri parenti abitavano accanto. C'era sempre qualcuno a pranzo e a cena. Lui lavorava tutto il giorno, lei si occupava della casa e della cucina. Non erano quasi mai soli, tranne alla sera, nella loro stanza, quando crollavano stanchi. A volte lui usciva a cena e rientrava quando lei era già addormentata.

Era un matrimonio sbagliato.

Lei guardava il naviglio con le mani appoggiate al parapetto di pietra e le sembrava di veder scorrere la vita.

Passarono gli anni, se ne andarono i soldi e la giovinezza. I suoceri morirono, i figli si sposarono, e loro si ritrovarono soli, in una casa più piccola, seduti a tavola, uno di fronte all'altra, a scambiarsi opinioni e notizie. Guardavano la televisione seduti sul divano, contendendosi il telecomando. Ogni tanto uscivano insieme, qualche volta litigavano. Avevano preso l'abitudine di addormentarsi tenendosi per mano.

Fu un matrimonio sbagliato ma alla fine si rivelò felice.

 

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