Aveva fatto l'insegnante per trentaquattro anni e aveva osservato, ascoltato, accompagnato i ragazzi senza proporre strutture precostituite, producendo risultati significativi, scaturiti dal confronto.
Ora gli avevano detto che la scuola dell’innovazione richiedeva un rapporto diverso tra studente e docente. Cioè l’obiettivo non era più l’apprendimento disciplinare, ma una vera didattica per competenze, personalizzata e condivisa. Tutte cose che negli anni aveva fatto e aveva realizzato, sperimentando la didattica laboratoriale ed essendo un provocatore con la sua didattica teatrale per il recupero di chi di scuola non ne voleva e faceva il ribelle.
Ora avevano capito (e lo aveva letto in un giornale virtuale) che "il docente non  è più solo una figura monodimensionale che eroga contenuti, ma si doveva trasformare in un “docente liquido” dentro una società “liquida”, in cui prevalgono la precarietà dei valori e delle relazioni che includono in sé gli effetti della globalizzazione, della migrazione, delle reti virtuali: un mondo e una soggettività che si modificano continuamente. Una società liquido-moderna, che è  caratterizzata dalla precarietà, dall’incertezza, dall’annullamento della determinazione, che trasforma i rapporti tra gli individui ma anche tra l’individuo e le istituzioni; ed è proprio da questa incertezza che nasceva la solitudine, il disagio, il non avere punti di riferimento."
Che parole altisonante! Che osservazioni innovative! Ma guardando il suo operato si rivedeva in ogni azione che nel corso degli anni, volati troppo in fretta, aveva intrapreso, aveva progettato e realizzato percorsi correlati con le sperimentazioni pedagogiche, filosofiche e religiose. Aveva coniugato anche la filosofia orientale per scendere in territori della metacognizione. E si sentiva soddisfatto ma sempre desideroso di offrire al gruppo classe novità, originalità al passo con i tempi. Laboratori di poesipittura, di ecologia, di teatro, di tradizioni popolari, di danza, di informatica, di progettazione computerizzata. "Il docente, quindi, doveva essere flessibile, osservare, ascoltare, accompagnare nel processo di apprendimento i propri studenti, favorendo la metariflessione sulle azioni di relazione, indicando obiettivi di competenza, sollecitando al confronto e alla collaborazione, rispettando le caratteristiche e gli stili individuali, lasciando spazi di autonomia e di protagonismo, facendo  ricercare strumenti facilitatori dell’apprendimento, ascoltando le proposte di  costruzione di prodotti individuali e collettivi, da far condividere e proporre ad altri “esterni”, impregnando del proprio sapere i ragazzi senza proporre strutture cognitive pre-costituite,  pervadendo senza prevaricare, nella consapevolezza che l’apprendimento è un fatto individuale, ma deriva da azioni collettive, di una intelligenza connettiva che produce la costruzione di significati, scaturiti da  confronti continui. Così come l’acqua trasporta e poi abbandona, il docente accompagna e poi lascia lo studente libero nella responsabilità della costruzione delle proprie competenze", continuava il pronunciamento ministeriale.
Ma Francesco Paolo era contento che tutto quello che aveva negli anni sperimentato oggi era stato riconosciuto dall'alto e non si sentiva più un rivoluzionario, un ribella che sembrava infastidire chi era abbarbicato allo svolgimento dei programmi ministeriali delle proprie discipline ed un'attività interdisciplinare infastidiva e faceva perdere tempo,a loro avviso. Fu così contento che un giorno lo videro trasformare in una pozza d'acqua sulla cattedra e prima che potesse evaporare, fu chiamato il bidello che asciugo tale condizione. Ed il suo posto fu preso da un collega precario da trent'anni, che cominciò con il suo programma ministeriale pieno di speranze in prossimità della pensione, che a quanto pare i sindacati gli avevano detto, sarebbe potuta non arrivare mai. 

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