Dopo piazza Napoli la strada va leggermente in salita per superare il naviglio, suona il telefono e Marco vede che a chiamarlo è Giovanni.
Giovanni l’ansioso anzi, Giovanni Ahò.
Decide di rispondere :
“Ciao Giovanni”
“Ahò! Ciao Marco”
Ecco, appunto.
“Dimmi”
“No, è che mi chiedevo, lo sai me sto sempre a fa domande io, se per la riunione vendite di oggi pomeriggio, a proposito comincia alle due o alle due e mezzo?”
“Alle due” Marco cerca di mantenere la calma, ci vuole una pazienza però”
“Ah, alle due, bene. Ecco allora mi chiedevo : ma tu, cosa ti aspetti da noi?”
“Mi aspetto delle previsioni di vendita coerenti, Giovanni. Negli ultimi mesi, certo a causa della crisi, mi avete dato dei numeri che non stavano né in cielo né in terra. Lo so che lo fate per fare vedere che vi impegnate”
“E si appunto è che de ‘ sti tempi…”
“Scusa fammi finire Giovanni. Dicevo lo so, volete sembrare migliori ma poi mi incasinate quando devo decidere cosa ordinare in Giappone. Quindi per favore dammi le previsioni di ordini in arrivo vere”
“Vabbè ho capito, a Ma’. Certo che è dura, co’ sta crisi…”
“Si lo so Giovanni. Ci vediamo nel pomeriggio”
Nel frattempo Marco è arrivato. Apre il cancello e cerca parcheggio.
Ecco, come al solito Alessandro ha parcheggiato prendendo due posti, pensa Marco, già sono pochi…
Poi bisogna che gli parli.
“Buongiorno dottore!” cinguetta Ornella al di là del bancone della reception.
“Buongiorno Ornella”.
Anche se non mi sono mai addottorato, pensa Marco entrando nel suo ufficio.
Posa la sua Piquadro arancione, dono della moglie per il compleanno di due anni fa e accende il computer.
Prima regola : controllare le mail arrivate. Soprattutto in una società giapponese. I giapponesi potessero comunicare solo via mail sarebbero felici. Un po’ perché parlano male l’inglese, poi perché sono molto riservati e infine perché non hanno una grossa stima di noi europei e quindi preferiscono tenere le distanze.
Ecco, infatti, la solita sfilza di mail da controllare. Riunione a Francoforte. Richiesta di previsioni. Richiesta di appuntamento. Vuoi vincere un viaggio a New York?
Si, certo, pensa Marco e scommetto che lo vieni a regalare proprio a me…
E questa? Marco fissa una mail che non ha mittente e nella quale l’oggetto è : te l’avevo detto.
Mah, non vorrei che fosse una di quelle mail che poi attaccano i virus.
Senza mittente però non ne avevo mai viste. Poi chiedo a Danilo che di queste cose se ne intende.
Fissa la mail ancora un po’ e poi, dato che è una persona curiosa, decide di aprirla.
Il testo dice : voi tutti non esistete, tu non esisti. Esisto solo io.
Ecco, mi pareva… Un mitomane. Magari qualche collega che si diverte a fare queste scemenze.
Vabbè.
La riunione è andata come è andata. Nonostante le raccomandazioni ripetute anche ad inizio riunione sono saltate fuori trattative date per certe che sono ancora all’inizio e sulla cui certezza non ci si può fare affidamento. Ancora una volta toccherà fare la tara.
“Ciao Marco, io vado che ho piscina”
“Ciao Teresa” Marco alza la testa e sorride a Teresa che è davanti alla porta del suo ufficio ma il sorriso gli si gela sul volto. Quella è si Teresa ma è la Teresa di vent’anni fa. Quella ancora fresca e piena di speranze. Non quella di oggi, triste disillusa e piena di rancore verso Maurizio, un collega con il quale ha avuto una relazione per quasi dieci anni. Un collega sposato che, messo alle strette, non ha trovato altro da dirle che, si, insomma, ha scoperto che si era riinamorato della moglie.
“C’è qualcosa che non va?” chiede ancora con il sorriso Teresa.
“No, no. E’ che sono un po’ stanco. Anzi adesso vado a casa.”
Marco ha un senso di vuoto. Guarda il computer e anche quello è lo stesso di vent’anni fa, con quel monitor antidiluviano. Quel computer che si impiantava sempre.
Resta a fissarlo per un po’, poi prende la valigetta che non è più la Piquadro ma quella rigida che aveva buttato con grande soddisfazione anni prima.
Cosa sta succedendo? Pensa Marco. Ha anche il fiato un po’ corto, come se gli avessero messo addosso una corazza.
Meglio andare a casa. Scende le scale e nel parcheggio non c’è più la sua Audi A6. C’è invece una Croma. La Croma. La Croma verde che aveva vent’anni fa.
Allora gli piaceva tanto, adesso gli sembra uno scatolone ingombrante.
Meccanicamente cerca le chiavi che aprono la Croma.
Si chiede ancora cosa stia succedendo mentre mette in moto.
Il motore è sempre stato buono però, pensa.
Mentre fa la strada di casa accende la radio.
Pensa te, l’autoradio estraibile che dovevi sfilare ogni volta che scendevi altrimenti c’era il rischio che te la ciulassero.Un DJ pimpante annuncia un pezzo che l’anno prima aveva spopolato in tutto il mondo : “Seeds of love” dei Tears for Fears. Marco la ricorda bene. Nel viaggio di nozze in giro per la Francia la sentiva ogni santo giorno alla radio.
A metà del pezzo non si sente più niente. Eh già, pensa Marco, è un’autoradio di vent’anni fa. Sarà partita.
Invece un onda verde sempre più veloce appare nel display.
Quando si ferma una voce profonda, gradevole dice : “Te l’avevo detto”.
“Basta!” urla Marco tirando un pugno al cruscotto. “Vieni fuori maledetto!” mentre i Tears for Fears riprendono a cantare.
Eccomi a casa, finalmente si dice Marco ormai stremato.
La casa è sempre quella, lasciatagli dai genitori quando avevano deciso di andare a passare gli ultimi anni in Liguria.
Parcheggia proprio sotto casa. Mentre chiude l’auto con la coda dell’occhio vede qualcosa che non gli torna. Là dove c’era un bel palazzo di otto piani c’è invece ancora la fabbrica di macchine da cucire, bassa, color ocra.
Marco non si chiede neanche più cosa stia succedendo e non può fare a meno di notare che adesso indossa un eskimo, una camicia a quadrettoni, jeans e Clarke. La divisa da contestatore che aveva cominciato a portare nel 68.
E in effetti si sente più leggero, non ha più neanche un dolorino.
Si volta verso la macchina per appoggiarsi e la Croma adesso è una 850 color caffelatte. Ricorda anche la targa : MIA12246.
Le chiavi non le ha, perché non ha ancora la patente.
Guarda di nuovo la fabbrica e sul muro vede una scritta. Non una di quelle che ci sono oggi, quegli orribili scarabocchi chiamati Tag e nemmeno una di quelle scritte politiche che cominciavano nell’anno in cui a quanto pare si trova adesso.
No. In una bella scrittura a caratteri cubitali qualcuno ha scritto : TE L’AVEVO DETTO.
Apre il portone di casa. Le chiavi sono quelle di oggi e anche tutto il resto compreso quella ridicola passatoia rossa. Questo almeno non è cambiato era così vent’anni fa ed è così adesso. I padroni di casa, si sa, sono sempre stati spilorci.
Marco suona, nessuno risponde. I genitori saranno fuori. Spesso andavano a mangiare fuori o al cinema.
Apre la porta e senza nemmeno vedere se in cucina la mamma gli ha lasciato qualcosa si va a buttare sul letto.
E’ davvero sfinito.
Pensa : adesso mi addormento e quando mi sveglio tutto è tornato come prima. E’ stato solo un brutto so…
Non finisce di formulare il pensiero che già dorme.
Al risveglio è in braccio a sua mamma, imprigionato nel corpo di un bimbo di pochi mesi.
La mamma lo guarda con i suoi occhioni verdi pieni di amore per lui.
Madonna che bella che era mia mamma, guarda che stupenda ragazza.
Gli viene da piangere e infatti piange. Come piange un neonato. Cerca di parlare e gli escono solo dei versi : gne, ue, ghe.
“Ma che bravo il mio Marco che vuole dire le paroline!” dice la mamma.
“Papà hai sentito Marco?”
Papà arriva sorridendo in sala. Che bello che eri anche tu papà, pensa Marco mentre scalcia e muove le braccia freneticamente.
“Te l’avevo detto” dice papà “che comincerà a parlare presto”
Dietro di lui, non visto da papà e da mamma, ma da Marco si, un signore ben vestito, un signore che gli ricorda David Niven, con un sorrisetto beffardo stampato in faccia gli fa ciao con la mano e poi sillaba senza fare uscire suono : te l’avevo detto.
Poi la luce diventa abbagliante.

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