Gli uomini che vogliono migliorare il mondo hanno tutti un difetto comune: cominciano dal mondo. Il professor Goffredo Malaspina, invece, aveva finito per convincersi che il problema fosse il tempo. Aveva studiato il passato e lo aveva trovato pieno di guerre, epidemie, miseria, superstizioni e uomini che, in ogni epoca, si erano lamentati dell'epoca precedente. Aveva studiato il futuro e lo aveva trovato ancora peggiore, perché il futuro, a differenza del passato, aveva il torto di non essere ancora accaduto. Quanto al progresso, non ne voleva più sapere. Il progresso, secondo lui, non faceva che aggiungere cose al mondo e, aggiungendo cose, aggiungeva anche nuovi modi di perderle.

Dopo anni di studi arrivò dunque a una conclusione che gli sembrò definitiva. Il passato non era stato felice. Il futuro non lo sarebbe stato. L'unica epoca nella quale l'uomo potesse ancora essere felice era il presente. Non il presente che passa continuamente, però, trasformandosi a ogni secondo in passato, ma un presente immobile, sottratto al movimento delle ore, dei giorni e degli anni. La felicità, secondo Malaspina, non consisteva dunque nel vivere bene nel tempo, ma nel riuscire a fermarlo. Era un'idea semplicissima, e proprio per questo gli parve geniale.

Cominciò allora a preparare la sua grande impresa. Chiuse le finestre, abbassò le persiane, sprangò la porta d'ingresso e coprì persino lo specchio del corridoio, perché sosteneva che anche il riflesso fosse una forma di mutamento. Tolse gli orologi dalle pareti e li chiuse in un cassetto. Staccò il telefono. Spense il televisore. Eliminò il calendario. Non volle più leggere i giornali e ordinò alla vicina di non rivolgergli la parola attraverso la porta. «Ogni uomo», spiegò, «è un portatore di tempo».

E se quella entra qui sono finito, pensò.

Questa era ormai la sua ossessione. Il tempo, diceva, non entrava nelle case soltanto attraverso gli orologi. Entrava attraverso gli uomini. Ogni persona che attraversava una soglia portava con sé il proprio passato, la propria età, i ricordi, le preoccupazioni, i progetti, le notizie del mondo e soprattutto il futuro, che è il modo più pericoloso con cui il tempo riesce a entrare nella vita degli uomini. Per questo Malaspina aveva deciso di non ricevere più nessuno.

Restava solo nella sua poltrona, al centro del soggiorno. Aveva stabilito che quella fosse la posizione migliore per affrontare il nemico. Doveva muoversi il meno possibile, parlare il meno possibile e pensare il meno possibile. Ogni movimento era infatti un cambiamento e ogni cambiamento era un piccolo tradimento del presente. Anche respirare gli sembrava ormai una concessione eccessiva al tempo, ma su questo punto non aveva ancora trovato una soluzione soddisfacente.

Passarono i giorni. Malaspina rimaneva seduto nella poltrona, immobile, con le mani appoggiate sui braccioli. La stanza era sempre più buia. L'aria diventava pesante. La barba cresceva. I capelli si allungavano. La pelle si faceva secca. Ma Malaspina era soddisfatto: tutto ciò dimostrava che il tempo era ancora fuori dalla porta. Dentro, almeno secondo lui, esisteva soltanto il presente.

Una mattina la vicina notò che da diversi giorni non lo vedeva più uscire. Non aveva risposto alle sue chiamate, lo sapeva che l’aveva pregata di non chiamarlo più ma era ormai tre mesi che il Malaspina non si vedeva. La donna cominciò a preoccuparsi. Chiamò il medico, poi i pompieri.

Quando finalmente riuscirono ad aprire la porta, trovarono il professor Malaspina seduto sulla poltrona, esattamente nella posizione in cui aveva deciso di rimanere. Era immobile, gli occhi chiusi, le mani ancora appoggiate ai braccioli. Il medico si avvicinò, lo osservò a lungo e poi disse che era morto da tempo.

Qualcuno aprì le finestre.

Entrò subito l'aria del mattino.

Entrò la luce.

Entrarono i rumori della strada, il clacson di un'automobile, il passo di una donna sul marciapiede, il fischio di un autobus, una voce che chiamava qualcuno dall'altra parte della strada. Entrò, soprattutto, il tempo.

Il medico osservò il corpo di Malaspina e notò che, nella lunga immobilità, si era quasi completamente mummificato.

La notizia apparve sul giornale due giorni dopo. Il titolo diceva:

«Professore trovato mummificato nella propria abitazione».

Fu l'ultima ironia della sua teoria.

Malaspina aveva passato la vita cercando il modo di sfuggire al grande divoratore del tempo. Alla fine ci era riuscito soltanto nel modo in cui riescono tutti gli uomini: lasciandosi divorare da esso fino a diventare una cosa che il tempo, almeno per qualche secolo, può conservare. 

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