Angela era la sorella di Tornado (avevamo tutti dei soprannomi, più o meno altisonanti, solo Storto era Storto e basta) e, dato che tutti eravamo più o meno coetanei, era già donna mentre noi eravamo ancora bambini.
Si era presa una cotta per Storto, forse per quella strana, misteriosa legge che regola i rapporti umani e in base alla quale ci leghiamo a ciò che non possiamo raggiungere…e forse proprio per questo.
Io lo capii per primo. La vedevo unirsi alle nostre scorribande più spesso di quanto mai avesse fatto e, soprattutto, la osservavo mentre, credendo di non essere vista, guardava il corpo seminudo e pallido di Storto, con quella pelle che si arrossava e si spellava senza volersi abbronzare.
Compresi subito ciò che stava accadendo, forse grazie a quell’istinto che andava svegliandosi e a causa del quale, ora, consideravo con un misto di paura e curiosità quelle che, fino a pochi mesi prima, avevo deriso come “smancerie”.
Anche gli altri del gruppo (Rock, Bomba, Rambo, Senna, Fulmine) ridevano e prendevano in giro Angela finché lei non afferrava uno zoccolo e glie lo tirava dietro per poi andare a rifugiarsi tra le canne dove, intuivo con un crampo gelido che mi strizzava le budella, piangeva.
Storto non diceva niente, limitandosi, il più delle volte, a osservare la scena dall’ombra cangiante di una robinia sotto la quale si rifugiava per non scottarsi.
Nessuno prendeva in giro lui, anche se Rock e Bomba qualche volta ci provarono (Bomba, credo, nel tentativo di fornire alla banda, per gli scherzi, un bersaglio diverso dalla sua adipe debordante).
Storto non dava soddisfazione. Si esibiva nel suo solito sorriso e ci sfidava per vedere chi, nuotando, arrivava più vicino al vortice, nella consapevolezza di uscirne vincitore. Credo che tutti sapessimo che se c’era uno in grado di affrontare il gorgo e uscirne era lui e, per questo, non accettavamo mai.
Ben presto anche i genitori di Angela si accorsero di quel che stava succedendo.
Un giorno la vidi arrivare scarmigliata, in ritardo rispetto al solito orario, con segni rossi in viso che non erano causati solo dal caldo. Era quel tipo di rosso che non diventa bronzeo, ma viola.
Tornado non disse niente. Era abbastanza grande da capire quel che stava accadendo, abbastanza fratello da solidarizzare con Angela, abbastanza bambino da pensare che i suoi genitori avevano ragione, o che dovevano averla.
Angela non si fece più vedere, anche se tutti noi ne intuivamo la presenza, dietro la curva, o nell’ombra dall’altra parte della piazza, o nella macchia infestata dalle zanzare.
Una volta Tornado, dopo che Storto aveva vinto l’ennesima partita di Monopoli, si alzò di scatto, scaraventò via il tabellone del gioco e colpì Storto al volto. Storto cadde all’indietro, senza un gemito, appoggiando i palmi delle mani per terra, come per non volersi sporcare la camicia.
Sapevo che cosa stava pensando Tornado; non era difficile, visto che Tornado era la testa più calda del gruppo e, per questo, la più prevedibile. Era qualcosa come «sta' lontano da mia sorella». Ovviamente non aveva senso: Storto sarebbe stato più che volentieri lontano da Angela.
E tuttavia avrei voluto che Tornado pestasse Storto a sangue. Non era solo perché, in qualche, inconfessabile modo, avrei voluto io essere al posto di Storto (non avevo fantasticato, forse, di cingere le spalle di Angela con un braccio, mentre lei piangeva nel canneto?), ma perché sentivo che tutta la faccenda era fuori posto.
Diamine, quella, anche se ci si poteva ridere sopra (ma erano risate superficiali come le pulci d’acqua che solcavano lo specchio tranquillo del fiume), quella era una storia che avrebbe dovuto essere buona, come e più delle ragazzate che riempivano i pomeriggi.
Invece tutto stava andando per il verso sbagliato.
Storto si pulì le mani, liberandole dalla polvere, e si strofinò il labbro dal quale scendeva appena un filo di sangue. Era la prima volta che, quando ci pestavamo, usciva del sangue. Sapevamo che succede così quando a picchiarsi erano gli adulti, ma tra noi non era mai successo e questo era segno che qualcosa stava per succedere. Qualcosa di brutto. Se ne percepivano le avvisaglie, come l’odore dell’ozono nell’aria all’avvicinarsi del temporale. Storto guardò il sangue con curiosità, come se non sentisse dolore, si alzò con un gesto elastico, scrollandosi la polvere dal fondo dei pantaloni e, sorridendo, ci salutò con cenno del capo, allontanandosi.
Non si unì più a noi.
A volte, passando sotto casa sua, lo vedevamo affacciato alla finestra del secondo piano, sopra la cannicciata che copriva il pollaio abbandonato.
Sapevamo che quella era la sua camera e, a volte, alzavamo una mano in segno di saluto. Lui rispondeva sempre, ma non scendeva mai. Capimmo che andava a nuotare in altri orari, dopo che noi ce ne eravamo andati.
Angela, invece, non si allontanò.
I suoi le avevano trovato un lavoretto nella merceria del paese, per levarle i grilli dalla testa, dicevano, ma chiunque la osservasse indovinava, sotto l’abbronzatura che, nel buio del negozio aveva una patina stantia, il mulinare di pensieri più vorticosi della corrente del fiume.
Noi proseguivamo la solita vita: Rock si esibiva in concerti di strida e urla, Bomba s’abboffava con pantagrueliche merende, Senna sfrecciava per i calanchi a bordo della sua nuova, lucidissima bici, Rambo si sfiancava in serie sempre più lunghe di flessioni, Tornado tormentava gli adulti con scherzi sempre più elaborati, Fulmine sfidava tutti in gare di corsa che invariabilmente vinceva… e io cercavo di sentire il rombo lontano dei tuoni, appena oltre la linea dell’orizzonte, temendo lo scoppio del temporale.
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