IV. La voce

Quella notte non dormii. Verso le sette, disteso sul letto della casa dei miei con le persiane ancora chiuse e una striscia di luce grigia che filtrava dal bordo, cominciai a sentire, dentro la testa, una voce che non era la mia.

Era, mi accorgo che è assurdo mentre lo scrivo ora, la voce della professoressa di lettere del primo anno di liceo, quella che ci aveva fatto leggere Delitto e castigo e che si era fermata per tre lezioni intere sulla scena dell'ascia, chiedendoci ogni volta: ma perché Raskol'nikov lo fa davvero, e non si limita a pensarlo?

Quella voce, dentro di me, adesso mi chiedeva la stessa cosa, ma rovesciata:

E tu, perché l'hai solo guardato fare, invece di fermarlo?

Provai a rispondere, con le parole di Fede: era solo curiosità.

Ma la voce non si accontentò.

Tutte scuse: sei un vigliacco, ecco cosa.

«Non è vero», dissi ad alta voce, nella stanza vuota, e la mia voce mi suonò estranea.

«Non è vero, io ero lì per Fede, non per il vecchio.»

E questo dovrebbe consolarti? rispose la voce, con un tono che assomigliava stranamente a quello della professoressa.

Hai guardato un uomo di ottant'anni sparire in quell'acqua nera, e non hai pensato a quel vecchio fragile e indifeso? Al suo nome, alla sua famiglia. Hai pensato solo a verificare, come dice Fede. Vi siete scambiati la stessa malattia, tu e lui, solo che la tua si nasconde meglio, dietro le parole, dietro i libri.

Mi alzai dal letto, aprii le persiane. Fuori, la luce era ormai quella piena e fredda delle otto del mattino a metà ottobre, senza ombre lunghe, senza pietà. Un gabbiano gridò da qualche parte verso la costa.

Chiusi di nuovo le persiane.

 

V. Fede, ancora

Ivan mi ha scritto quella mattina, verso le nove, un vocale lunghissimo in cui mi diceva una cosa strana: che sentiva una voce, dentro la testa, che gli faceva domande a cui non sapeva rispondere. Gli ho risposto dicendogli di stare calmo, che è solo la stanchezza: il cervello a volte gioca di questi scherzi quando è troppo stanco.

Non gli ho detto che, in un certo senso, la sento anche io, quella voce.

Nel mio caso ha la faccia di Alex del film, mentre con la sua risata diabolica colpisce la donna che fa ginnastica con quell'enorme scultura a forma di fallo.

La voce però mi chiede anche: e adesso? Cosa vuoi fare con quello che hai scoperto di essere capace di fare?

Non ho una risposta. Ma so che, a differenza di Ivan, non ho passato la notte a cercare una risposta in me stesso. Ho dormito, invece, un sonno pesante e senza sogni, e mi sono svegliato con la stessa fame di prima.

 

VI. Ivan, ultimo frammento

Ho riletto tutto quello che ho scritto in queste ore, e mi accorgo di una cosa che mi fa più paura di tutto il resto: continuo a scrivere «il vecchio», come se dargli un nome mi costringesse a vederlo come una persona invece che come una vittima sacrificale di un gioco perverso.

Forse è per questo che la voce continua a tornare, ogni volta che chiudo gli occhi. Forse non se ne andrà finché non troverò il coraggio di scrivere, semplicemente, che ho guardato un uomo cadere in acqua e non ho mosso un dito per fermarlo.

Questo, credo, è tutto ciò che di vero riuscirò a scrivere, per ora...

Le telecamere sul posto del comune, dicono, sono vecchie ma funzionanti. Fede dice che non ce la faranno mai a risalire a noi, ma io lo spero con tutto il cuore.

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