Sabato mattina di fine Gennaio, plumbeo e gelido come il polveroso piazzale antistante il trasandato ufficio postale destinato a servire il disagiato quartiere popolare periferico.

Il freddo pungente penetra impietoso ogni qualvolta un utente apre la porta d’ingresso, omettendo sistematicamente di richiuderla.

Il principio di scardinamento sicuramente non agevola.

Nessuno degli addetti si premura però di riposizionare il portone nelle guide, con la conseguenza di lasciare la folla asserragliata in fila, in balia degli spifferi di vento invernale.

I volti sono quelli di uomini e donne che si trascinano stancamente in attesa che la mietitrice li conduca via dall’agonia delle proprie miserabili esistenze.

Una giovane ragazza tenta di spezzare la monotonia con l’euforico racconto della propria precedenza serata, ma la pesantezza di sguardi melanconici soverchia in un attimo ogni sua velleità di brio.

Deve capire che le vezzosità sono lussi da ricchi.

Deve accettare sin da subito che non vi è altro destino per lei che diventare la concubina di qualche uomo violento, panciuto ed alcolizzato capace però, almeno, di mettere un piatto di minestra sulla tavola.

Nel frattempo, una donna vetusta, di età compresa tra gli ottanta e i duecento anni, viene invitata dall’impiegato a spostarsi lateralmente per permettere alla fila di scorrere.

La vegliarda, tintinnando capo e mento stile maracas brasiliane, chiede, per sedici volte consecutivamente «Cosa?», impallando il resto della fila e determinando l’allungamento dei tempi di attesa.

Dopo quindici inutili «Si dovrebbe cortesemente spostare» da parte dell’ impiegato, si leva, dal fondo della fila, un delicatissimo «Ti devi levare di ‘ulo!»

Tutti si voltano alla ricerca dell’autore, identificandolo in uno sgraziato energumeno dall’occhio vacuo e gelatinoso, tipico del pesce lessato.

Costui ricambia, annuendo con stolida fierezza e producendosi in una risata gorgogliante.

Dopo alcuni secondi di smarrimento, le persone presenti nell’ufficio iniziano ad applaudire, dapprima in modo timido e poi sempre più vigoroso, fino a creare una bolgia da stadio.

La vecchia viene additata, offesa ed irrisa crudelmente.

L’impiegato sbatte sul vetro blindato un modulo precompilato analogo a quello che la vegliarda stava compilando, urlandole contro, con la bava ai lati della bocca e l’occhio iniettato di sangue, di infilarlo nell’orifizio più nascosto.

La ragazza briosa si alza la maglietta per mostrare alla vegliarda le sode rotondità dei suoi seni, paragonandole, con gracchiante scherno, alla floscia decadenza di quelli della canuta.

La vecchia si lascia cadere su una delle sedie per gli utenti in attesa, coprendosi il volto con ambo le mani.

Seguono abbracci commossi e vigorose strette di mano all’eroe bifolco capace di regalare ai reietti  l’illusione, anche se effimera, di potere sovvertire il destino inesorabile.

Improvvisamente, si apre la porta del direttore dell’ufficio.

Cala il silenzio.

Un uomo dal portamento austero si erge silenzioso sulla soglia.

Guarda ad uno ad uno gli utenti in modo severo.

L’euforia lentamente scema.

Il direttore volge infine il suo sguardo verso la vetusta.

Costei è rannicchiata in posizione fetale su una delle sedie.

Dopo alcuni attimi di silenzio, il direttore sentenzia con voce ferma ed in modo lapidario «Crocifiggiamo la vecchia nella bacheca».

I presenti si guardano il tra loro, inizialmente spaesati, ma poi, lentamente, trovando conferma nello sguardo degli altri, annuiscono con sempre maggiore convinzione, fino a quando il bifolco non urla «Agguantiamo la vecchia».

Segue un’impetuosa ed incontenibile esplosione di gioia collettiva.

La ragazza briosa si issa su una delle sedie mimando uno spogliarello con sguardo concupiscente.

Alcuni utenti, guardandola, iniziano a sfregarsi la patta dei pantaloni, emettendo grugniti di sordido piacere ad accompagnare l’immondo amplesso masturbatorio.

La vecchia sgrana gli occhi terrorizzata ed incredula un attimo prima che le mani della folla inferocita ne agguantino impietosamente le raggrinzite membra.

Un flebile raggio di sole penetra in luogo dello spiffero di freddo.

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