Sotto il cielo plumbeo dell’inverno algherese, un tappeto di fiori gialli sembrava ridere della fatica umana.

Erano le distese della minciunaria, l’erba che i vecchi dicevano fosse stata seminata dai Gesuiti per punire l'avidità degli uomini. Ma tra quei petali acidi non si nascondeva solo il freddo: si nascondeva la magia del fango.

Caterina, una delle raccoglitrici giunte dai paesi dell’interno, aveva le mani così segnate dai geloni da non distinguere più la pelle dalla corteccia degli ulivi secolari. Mentre le sue compagne, le Las de la Minciunaria, procedevano curve come archi tesi, Caterina sentì un bisbiglio provenire dal basso.

Essa si accorse che non era sola quando vide un riflesso argenteo guizzare tra le foglie trilobate dell'acetosella. Non era la brina e nemmeno il luccichio di un'oliva dimenticata.

S’inginocchiò nel fango gelido, scostando con le dita piagate un folto ciuffo di minciunaria. Lì, raggomitolata tra gli steli acidi, una creatura non più alta di un palmo la fissava con occhi che avevano il colore dell'ossidiana. Era una Jana, una delle antiche fate che il popolo diceva confinate nelle Domus di roccia, ma che in realtà non avevano mai abbandonato la terra fertile.

«Perché raccogli i frutti del dolore in un campo seminato con l'inganno?» sussurrò la creatura, e la sua voce non era un suono, ma una vibrazione che Caterina sentì fin dentro le ossa.

«Perché il pane non conosce l'inganno, solo la fatica», rispose la donna, senza smettere di muovere le mani, nonostante il dolore dei geloni le mozzasse il fiato.

La Jana si avvicinò. La sua pelle sembrava intessuta di nebbia e fili d'oro. Vedendo le mani di Caterina, gonfie e spaccate dal freddo, la creatura emise un suono simile a un soffio di vento. Invitò Caterina a poggiare i palmi a terra, proprio sopra un tappeto di fiori gialli. Al contatto, l'acetosella iniziò a sprigionare un calore innaturale: le radici sembrarono pulsare come vene, e un unguento profumato di miele e resina trasudò dai petali, avvolgendo le ferite della raccoglitrice.

In quell'istante, il tempo si fermò. Caterina vide per un attimo il mondo come lo vedevano le Janas: vide le olive come perle di luce e la minciunaria non più come un ostacolo, ma come un mantello protettivo steso per custodire i segreti del suolo.

Quando la Jana svanì in un fruscio di foglie, Caterina si rialzò. Il freddo c'era ancora, ma le sue mani erano lisce e calde, capaci di muoversi tra le erbe con una rapidità sovrannaturale. Per tutto il resto della stagione, ovunque Caterina si chinasse a raccogliere, i fiori gialli si piegavano al suo passaggio, rivelando i frutti nascosti come se la terra stessa volesse premiarla.

 

L’inizio dell’autunno dava l’avvio alla campagna di raccolta delle olive nelle quali la forza lavoro era quasi esclusivamente femminile. Il lavoro era durissimo: si trattava di raccoglierne almeno  50 chilogrammi al giorno,  da terra in mezzo alle erbacce e soprattutto alla minciunaria, l’acetosella (oxalis pes-caprae) che la leggenda vorrebbe piantata dai gesuiti per scoraggiare l’ingresso del bestiame che la trova molto indigesta. Ed è proprio da quest'erba, ora distribuita dai trattori in tutto l’agro di Alghero, che nasce l’appellativo “Las de la Minciunaria”.
 

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