Ogni tanto è piacevole tornare indietro, riavviare la memoria e ricordare momenti in cui, anche se solo per poche ore e quasi di nascosto, si è stati, se non proprio felici, almeno sereni.

Quel giorno lo ricordo benissimo. Era piena estate, faceva un caldo da spaccare le pietre. Briciola aveva sei anni, era nel pieno della vita, un cane sano, forte, con quell'aria da regina che non l'avrebbe abbandonata mai. Poldo era arrivato da poco più di un anno e tra loro si era creato quell'equilibrio che solo i cani riescono a trovare senza bisogno di tante parole.

Per Poldo, Briciola era tutto. Era il sole e la luna, lo Zenit e il Nadir, la Via Lattea e probabilmente anche il Ministero delle Finanze. Se Briciola si fermava ad annusare un filo d'erba, lui si precipitava ad annusare esattamente lo stesso filo d'erba, convinto che dovesse nascondere il segreto dell'universo.

Per Briciola, invece, Poldo era semplicemente il piccoletto. Quel fratellino un po' rompiscatole arrivato a sconvolgere i perfetti equilibri della sovrana incontrastata della casa. Lei governava gli esseri umani con assoluta naturalezza — quello è quasi un diritto acquisito per qualsiasi cane — ma soprattutto governava i gatti. E, nella sua testa, quello sì che era un risultato degno di essere raccontato. Comandare gli umani è normale; riuscire a mettere in riga dei gatti è roba da entrare nei libri di storia.

Quel giorno, però, decisi io per tutti.

Nonostante le prevedibili proteste di Gabriella.

«Ma sei scemo? Con questo caldo dove li porti i miei cani?»

Domanda assolutamente legittima, alla quale risposi con quella logica tutta maschile che consiste nel non rispondere affatto e continuare a preparare lo zaino.

La destinazione era la macchia di Manziana. Un posto che adoro ancora oggi. D'estate è polveroso, assolato, quasi ostile, ma basta fare pochi passi dentro il bosco e cambia tutto. L'aria diventa più fresca, gli alberi fanno da tetto e, soprattutto, compare il Mignone, quel piccolo fiume che attraversa la valle tra Manziana, Bassano Romano e Oriolo Romano.

La cosa sorprendente del Mignone è che, anche ad agosto, continua a scorrere. Non diventa un letto di sassi come succede a tanti corsi d'acqua del Lazio. E, cosa ancora più incredibile, l'acqua è persino pulita. Una notizia che, di questi tempi, ha quasi il sapore della fantascienza.

L'idea era semplice: una lunga passeggiata fino alle rovine della vecchia Monterano, la famosa città morta. Quella dove Alberto Sordi, nei panni del Marchese del Grillo, incontra insieme all'ufficiale francese il prete spretato Bastiano, interpretato da uno straordinario Flavio Bucci. Una delle scene più memorabili del nostro cinema.

Poi, naturalmente, è arrivato qualche genio contemporaneo che ha pensato bene di sostituire la splendida fontana seicentesca attribuita al Bernini con una specie di installazione moderna. Una di quelle opere che ti fanno venire voglia di chiedere all'autore se almeno, prima di rovinarla, la fontana originale l'avesse vista in fotografia.

Ci sono luoghi dove il tempo dovrebbe avere il buon gusto di fermarsi. Monterano era uno di quelli.

Parcheggiai la macchina in una piccola radura proprio all'ingresso del bosco di Manziana. C'era la possibilità di lasciarla all'ombra, dettaglio tutt'altro che trascurabile. Soprattutto al ritorno, quando io e i cani saremmo stati cotti a puntino. Anzi, soprattutto i cani. Se li avessi fatti salire su un'auto trasformata in forno ventilato, il divorzio sarebbe stato praticamente inevitabile.

Prima di partire feci bagnare per bene i due quadrupedi. Io mi limitai a immergere la testa nell'acqua gelida del Mignone. Bastò quello per farmi tornare immediatamente la voglia di camminare.

Così ci incamminammo sotto il grande tetto verde degli alberi. Faceva caldo, eccome se faceva caldo, ma il bosco riusciva a renderlo sopportabile. Il Mignone scorreva accanto a noi con il suo rumore discreto, quasi volesse accompagnarci durante tutta la passeggiata.

Conoscevo quel posto piuttosto bene. Ci ero stato decine di volte con gli Scout e avrei giurato di potermi orientare a occhi chiusi.

E infatti...

Riuscii a sbagliare strada.

Non chiedetemi come. Ancora oggi non saprei spiegarlo. Probabilmente fu un eccesso di sicurezza, quella sensazione tipicamente umana per cui sei convinto di sapere perfettamente dove stai andando proprio un attimo prima di perderti.

Presi un sentiero completamente sbagliato e iniziai a dirigermi verso una destinazione ignota persino al Padreterno.

In realtà il problema non era nemmeno così grave. Perdersi, lì, era quasi impossibile. Sarebbe bastato fare inversione, tornare sui propri passi e riprendere il sentiero giusto.

Ma il mio orgoglio aveva idee molto diverse.

Ammettere di aver sbagliato? Mai.

E così, con una logica che ancora oggi definirei discutibile, decisi di continuare.

Poco alla volta gli alberi iniziarono a diradarsi.

Poi sparirono del tutto.

Io, Briciola e Poldo ci ritrovammo in mezzo a una distesa assolata, senza un centimetro d'ombra e con il sole che, nel frattempo, si era piazzato esattamente sopra le nostre teste, come un gigantesco riflettore acceso.

Fu in quel momento che iniziai a sospettare che quella passeggiata, nata con le migliori intenzioni, stesse prendendo una piega decisamente diversa da quella che avevo immaginato.

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