L'uomo di legge entrò in farmacia con fare guardingo, chiudendosi la porta alle spalle. 

In meno di tre minuti la notizia del suo arrivo, rimbalzando di bocca in bocca, era già arrivata all’osteria, alla canonica e perfino all'orecchio della Cesira, che in paese era famosa per il suo udito selettivo: non sentiva le campane, ma captava all'istante tutto ciò che non avrebbe dovuto sentire.

 

Il mistero venne a galla poco dopo. Pareva infatti che la compianta Gioia avesse ereditato, a suo tempo, la licenza e le mura della farmacia da un facoltoso e misterioso benefattore milanese, suo devoto “amico estivo” per oltre vent’anni. Il testamento redatto dallo sconosciuto parlava chiaro: alla morte di Gioia, l'attività sarebbe passata direttamente al Comune, diventando proprietà pubblica... a meno che non fosse comparso un erede legittimo entro trenta giorni dalla scomparsa. 

Ma la cosa più spaventosa era la valigetta dell’avvocato Bonfanti che conteneva una lista fitta di nomi maschili del paese, tutti residenti a Pieve di Sotto, accanto ai quali erano indicate cifre di denaro. 

Erano prestiti? Favori personali? O forse il prezzo del silenzio per qualche ricatto piccante? 

Gli uomini del paese, colti da un'improvvisa accelerazione cardiaca, iniziarono a sudare più del Po in piena estate.

 

Don Teobaldo, l'asciutto e spigoloso arciprete del paese, pettegolo più di una vecchia comare nonostante l'abito talare, capì immediatamente che l’aria si stava facendo incendiaria. Sapeva bene che se quei nomi fossero diventati di dominio pubblico, le confessioni del sabato pomeriggio si sarebbero trasformate in denunce per direttissima in tribunale. Senza perdere tempo, attraversò la piazza di corsa con la veste sollevata fino al ginocchio per non inciampare, mostrando a tutti, due gambette pallide come il latte, ingabbiate in un paio di calzini neri.

Entrò trafelato nella farmacia, offrendosi all'avvocato come “aiutante volontario” per sbrigare le pratiche dell’inventario; in realtà, la sua truffaldina intenzione era un'altra: scovare e far sparire l'elenco dei nominativi prima che le mogli del paese scoprissero l'inaspettata generosità finanziaria dei loro mariti.

 

Nel frattempo, la burocrazia fece il suo corso e l’ASL mandò come rimpiazzo temporaneo un nuovo farmacista: il dottorino Anselmo Guzzelloni. Fresco di laurea, con un pallore da pre-morte, fortemente allergico alle zanzare padane e privo di qualsiasi briciolo di carisma o fascino, il giovane si rivelò un disastro per l'economia locale. La farmacia si svuotò in pochissimi giorni, e l'osteria di Decimo subì la stessa sorte: senza il richiamo della bella Gioia, gli uomini non avevano più alcuna scusa plausibile per uscire di casa e sfuggire al controllo familiare. 

Persino il sindaco del paese iniziò a preoccuparsi seriamente.

 

Il primo cittadino, infatti, al quale Decimo passava regolarmente una generosa mancetta mensile per evitare controlli troppo fiscali sulla licenza commerciale e sulla stravagante conservazione dei cibi, avvertì il colpo del calo delle entrate. Per correre ai ripari e nascondere le proprie malefatte contabili, propose una soluzione d’emergenza: trasformare la farmacia in una Cooperativa Comunale.

 

Serviva però un'esca, qualcuno capace di attirare nuovamente la clientela e che fosse all’altezza del vuoto lasciato dalla buonanima. La scelta cadde su Erminia, una giovane vedova del paese vicino: competente, sempre sorridente e dotata di curve mozzafiato che sfidavano apertamente la legge di gravità e la pazienza delle mogli legittime.

 

Davanti a quella contromossa, il povero dottorino Anselmo, vittima di un attacco combinato di insettii e depressione padana, gettò la spugna: fuggì la sera stessa con l'ultima corriera, giurando di non mettere mai più piede in quel posto dimenticato da Dio.

 

Con l'arrivo della provocante vedova, il paese sembrò rinascere dal proprio torpore. 

Ma proprio mentre l'Erminia serviva i primi clienti estasiati, l'avvocato Bonfanti uscì dal retrobottega sventolando un documento ufficiale tra le mani.

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