Il mio superpotere non è volare. È guardare in basso. Dal Martedì alla domenica, dietro la cassa del negozio di souvenir nel centro storico di Alghero, io radiografo i piedi del mondo. Con il sole di agosto che spacca le pietre e l’aria condizionata a palla, il mio copione è sempre lo stesso: schiena dritta, postura pronta ad accogliere e un sorriso stampato in faccia così immobile che a volte temo mi si blocchi la mascella.

«Buongiorno, bon dia, welcome, bienvenue!» recito in un unico fiato poliglotta. Ma mentre la mia bocca dà il benvenuto, i miei occhi sono piantati rigorosamente a terra. A seconda dell’abbigliamento e dal tipo di scarpe, il 90% delle volte capisco da dove vieni prima ancora che tu apra bocca.

Prendi il primo cliente della mattina. Cammina con un rollio pesante, quasi marittimo. Abbasso lo sguardo: sandalo di cuoio marrone e calzino di spugna bianco tirato fino al polpaccio.
Germania. Monaco di Baviera, precisione assoluta. Ha scambiato il centro storico per un sentiero delle Alpi.
Punta una t-shirt con la bandiera dei 4 mori della Sardegna, la tende con le mani per testare la qualità del cotone e si gira verso la moglie: «Gisela, schau mal!».
Io gioco d'anticipo, mi avvicino e gli pianto in faccia il mio sorriso migliore: «Abbiamo anche la taglia XL, Bitte!». Il tedesco sgrana gli occhi. È convinto che io gli abbia letto nel pensiero.

Subito dopo, sento un fruscio leggero. Occhi in basso: espadrillas di tela grezza sfilacciata ad arte, cavigliera di conchiglie e borsa di paglia extralarge.
Francese. Ha passato la giornata alle Bombarde e si sente un'attrice della Nouvelle Vague.
La vedo avvicinarsi al muro delle calamite. Prende un rametto di resina rossa da 3 euro e lo solleva controluce con aria drammatica: «Ah, le corail d'Alghero... magnifique». Io mantengo il sorriso immobile. Non sarò certo io a spiegarle che quella calamita arriva direttamente da un container di Shanghai e non dalle grotte di Porto Conte. Và direttamente in cassa e io incasso i tre euro con la grazia di un'ambasciatrice.

Verso le 12, però, sento il sibilo del fischietto della guida turistica. Ora arriva il bello. Dal vicolo in basso alla via vedo un’onda umana guidata da una guida con l’ombrellino giallo: sono sbarcati i crocieristi. Hanno esattamente 45 minuti prima del "tutti a bordo" e pochissima pazienza dopo la visita delle chiese del centro storico.

La porta del negozio viene oscurata e il mio radar calzaturiero va letteralmente in cortocircuito. È un festival di suole che incrocia tre fusi orari diversi.

I primi tre camminano sincronizzati. Abbasso gli occhi alla velocità della luce: mocassino da barca in pelle scamosciata senza calze per lui, sneaker griffata con zeppa interna per lei.
Spagnoli. Di Madrid. Alghero la chiamano "Barceloneta" per sentirsi a casa.
«¡Buenas tardes!» li accetto al volo. La moglie si fionda sui tappetti sardi a telaio «¡Mira, qué mono! ¿». Con la velocità di un croupier di Las Vegas, confeziono tre tappetti prima ancora che il marito possa calcolare il totale.

Dietro di loro, un passo strascicato. Occhi in basso: ciabatta di gomma extralarge con il logo di una squadra di football americano e caviglie gonfie da buffet della nave.
Statunitense. Texas, a giudicare dalla stazza.
L'uomo tiene in mano una mappa di Alghero al contrario, si guarda intorno smarrito, indica una bottiglia di liquore di mirto e mi chiede: «Is this olive oil?».
Non perdo il brio: «No, sir! This is local magic juice. Makes you young and dance the Sardinian way!». Terrorizzato e affascinato, ne compra tre bottiglie.

Manca poco alla partenza della nave. Fuori, la guida agita l’ombrellino giallo come se stesse segnalando un atterraggio d'emergenza. È in quel momento che si materializza l'ultimo cliente della nave. Passo geometrico, perfetto. Sguardo in basso: scarpa stringata da banchiere di Londra, abbinata a un pantaloncino corto color salmone.
Inglese. Ansia da ritardo cronico nelle vene.
Agguanta l'oggetto più strano del negozio per gli stranieri: un vassoio tradizionale di sughero. Lo posa sul bancone ansimando: «I need to pay. Now. The ship is leaving!»

Ovviamente, il mio POS decide che questo è il momento perfetto per bloccarsi. Sul display compare la maledetta clessidra. L'inglese guarda l'orologio, poi me, poi il vassoio. Sulla sua fronte spuntano gocce di sudore freddo.

Io non mi scompongo. Sfodero il mio sorriso più rassicurante, quello che ferma il tempo nel Mediterraneo, gli sussurro: «Cash is king, sir. And don't worry, the Captain of the ship is my cousin. He waits.»
Non è vero niente, sia chiaro, ma ad Alghero ad agosto tutto è possibile.

L'inglese molla una banconota da cinquanta euro sul bancone, afferra il vassoio di sughero e corre verso il porto come se stesse disputando i cento metri alle Olimpiadi, che in realtà sono molti di meno.

Il silenzio torna finalmente nel negozio. Il maestrale ricomincia a soffiare tra i vicoli. Mi sistemo la piega della gonna, guardo il pavimento finalmente vuoto e mi preparo psicologicamente per il prossimo cliente.

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