Non vivo più nel luogo in cui gli altri mi credono.

Perchè ho attraversato la soglia, e ora sono di là.

Questa non è stata una constatazione immediata, ma qualcosa che si è chiarito lentamente, come un’immagine che emerge da una superficie torbida. A poco a poco ho compreso di essere passato dall’altra parte, senza sapere esattamente quando. Non c’è stato un momento preciso, né una decisione. Il passaggio è avvenuto mentre ero distratto, mentre scrivevo, mentre osservavo, mentre cercavo di comprendere ciò che mi accadeva.

Ora vivo oltre, ma questo oltre non è un luogo. Io non abito più nulla senza scriverlo, e ciò che scrivo non restituisce il mondo: lo sostituisce. Di ciò che un tempo chiamavo realtà restano soltanto tracce, che si depositano nelle lettere che continuo a scrivere, come se in esse fosse ancora possibile vivere. Lettere che scrivo a Felice da questo nulla che non si trova da nessuna parte, appunto.

Scrivo a lei con una precisione che rasenta l’accanimento. Le chiedo tutto: cosa mangia, chi incontra, come sono le stanze in cui vive, quali abitudini regolano le sue giornate. Non tollero vuoti, non sopporto contraddizioni. Ogni risposta è un punto fermo, ogni esitazione un abisso. Eppure, più raccolgo dettagli, meno riesco a trovarla. Felice non è nelle sue lettere, benché io le abbia percorse e ripercorse fino a consumarle. Non è nemmeno nei ricordi, che pure possiedo con una nitidezza quasi dolorosa.

Felice resta soltanto nel movimento stesso che mi ha condotto fin qui.

Ricordo con precisione le notti in cui tutto ha cominciato a intensificarsi. Mi alzavo dal letto, scrivevo, tornavo a sdraiarmi, poi di nuovo mi alzavo, come se qualcosa mi costringesse a non interrompere. Già nella seconda lettera le confessai di essere preda di uno stato che non sapevo governare:

sentivo costante in me una pioggia incessante di nervosismo, un volere che si contraddiceva di continuo. Ciò che volevo adesso, tra un attimo, non lo volevo più. Spesso mi alzavo dal letto per scrivere ciò che pensavo, e poi vi tornavo subito dopo, sopraffatto dai rimproveri verso me stesso. La mia irrequietezza era una componente costante del corteggiamento, intrecciata alla precisione con cui osservavo Felice. 

E tuttavia, proprio in questa instabilità, si impose una certezza che non avevo mai conosciuto prima: sapevo di essere uno scrittore. Scrivevo senza esitazione, con una continuità che mi sorprendeva. I capitoli si disponevano uno dopo l’altro, e quando interruppi America fu solo per scrivere altro, con una urgenza ancora maggiore. Ora riconosco che quella sicurezza non nasceva da me soltanto. Felice era lì, in una forma che non coincideva con la sua presenza reale, e ogni suo gesto, ogni parola, ogni dettaglio della sua vita si trasformava in una forza che alimentava la mia scrittura.

Era una corrente che mi attraversava.

E questa corrente mi allontanava, più che avvicinarmi.

Se cerco di individuare un momento in cui tutto si è reso visibile, torno inevitabilmente a quella sera di settembre, nella casa di Max Brod. Lei osservava le fotografie del mio viaggio con un’attenzione così concentrata da escludere tutto il resto. Talvolta alzava lo sguardo solo per chiedere spiegazioni, poi tornava immediatamente alle immagini, come se vi trovasse qualcosa di più necessario del cibo stesso, che intanto restava dimenticato.

Io osservavo lei.

Non le fotografie, ma il modo in cui le guardava. E già allora sentivo che ciò che accadeva non poteva essere contenuto in una semplice scena.

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