Tira un vento freddo dalle montagne del Sinjar. Luogo arcaico, roccioso e di tradizioni millenarie. Luogo di curdi, yazidi, turcomanni e arabi, abituati a vivere insieme da innumerevoli anni. Luogo oggi di devastazione, violenza, stupri e cadaveri lungo la strada. Dal catino di Sarajevo alla piana del Sinjar, stessa follia etnico-religiosa, stesse storie abominevoli di guerre, stessa strategia di annientamento di popoli e culture: “prima uccidete i bambini così non avranno più un futuro. Poi uccidete gli anziani così non avranno più memoria“.

Il vento freddo accarezza il volto di Hala, ferma ad aspettare le sue compagne. La sua corporatura slanciata si staglia nel mezzo della piana, dietro una caserma abbandonata. Regge sulla spalla il suo fucile che è ormai un tutt’uno col suo corpo, mentre la mano sinistra segnata dalle abrasioni ne stringe con forza la cinghia. Il suo viso giovane non lascia trasparire nessuna emozione, sembra semmai racchiudere sulle tempie e gli zigomi la pesantezza della responsabilità e di tutto quello che ha vissuto e che presto vivrà.

Guarda le montagne dietro di lei e pensa che sta per arrivare il momento di circondare il rifugio dove si nascondono gli ultimi soldati dell’Isis, tra cui Yousef, che ha fatto a lungo la spia per lo Stato Islamico. Hala è a capo del battaglione di donne curde, fiere guerrigliere, che, così come i padri, i mariti, i fidanzati, i fratelli e gli amici, hanno lasciato le proprie case per andare a combattere, liberando molte ragazze e bambine yazide, schiave sessuali dei fanatici dell'ISIS. Molte ragazze sono tornate alle famiglie, altre sono state accolte dalla guida spirituale yazida affinché le purificasse. Alcune si sono suicidate, altre sono scomparse perché vendute non si sa a chi e non si sa dove.

Prima dell’assalto, Hala osserva la catena montuosa che la circonda e che sembra proteggerla come ha fatto per tutta la vita. Si rivede bambina quando giocava lungo i pendii con i fratelli e le sorelle, nella spensieratezza di un tempo che sembra sepolto negli antri più reconditi dell’anima.

Il vento, che la circonda e le punge la pelle, le ricorda quando suo padre la portava sulla roccia più alta per farle vedere quanto lontano si estende la terra curda, senza quei confini artificiali che la dividono tra Iraq e Turchia. In quasi tutte le camminate, Hala aveva sempre l’impressione che avrebbe potuto perderlo da un momento all’altro, non solo perché con la sua andatura veloce e scattante la lasciava indietro di molto, ma soprattutto perché percepiva la sua maledetta voglia di fuggire. In quei momenti, provando la sensazione che fosse scappato via per sempre, lo ritrovava alzando lo sguardo verso la punta più alta della roccia che lui toccava con estrema facilità; era per lei il gigante del Sinjar. 

Quando poi tornavano dalla camminata, il padre trasmetteva a tutta la famiglia una pace e una felicità che solitamente non aveva, e così prendeva la chitarra per cantare Blowin' in the Wind e le canzoni della resistenza curda. Raccontava poi le storie delle battaglie del suo popolo per uno Stato che non esiste; parlava di diritti negati e minoranze oppresse, non solo in Iraq ma in tutto il Medio Oriente. Il sentimento di Hala per la lotta si era formato su quei racconti; suo padre le aveva trasmesso l’idea che le battaglie per l’indipendenza avessero senso solo se fatte per abbattere le divisioni sociali e religiose. 

Ne sentiva la mancanza. Per almeno vent’anni Hala si era abituata a svegliarsi la mattina con la radio a tutto volume del padre, che si giustificava con la famiglia dicendo che la musica serviva a dargli le giuste motivazioni per cominciare la giornata. Passava molto tempo in bagno, guardandosi allo specchio. Quando uno dei figli gli chiedeva perché stesse così tanto in bagno prima di andare in fattoria, lui rispondeva che ne aveva bisogno per riprendersi dalle poche ore di sonno, visto che andava spesso a dormire tardi dopo aver bevuto almeno tre bicchieri di raki. La verità è che non ne poteva più di vedersi stampati in faccia gli anni che passavano senza aver fatto nulla. Per lui quel nulla aveva un significato molto preciso: era non aver ancora trovato il coraggio di lasciare le montagne del Sinjar per quelle di Dohuk, dove i suoi compagni combattevano per l’indipendenza curda contro la Turchia.

Così venne la mattina in cui si svegliò senza mettere la musica della radio; non voleva svegliare la moglie e i figli, e al tempo stesso non aveva più bisogno di fittizie motivazioni. Nel silenzio più totale si guardò allo specchio. Una piccola lacrima scese dai suoi occhi profondi e malinconici, ma allo stesso tempo gli uscì fuori un sorriso liberatorio. Una volta uscito dal bagno prese lo zaino dall’angolo della sala. Mentre si voltò vide sua moglie, e lei, che lo conosceva meglio di tutti i suoi figli, gli disse a bassa voce e con sguardo addolorato: “buona giornata”. Da quel giorno, da lui ricevettero solo veloci messaggi da numeri sempre diversi. Non sentirono più né la sua voce né la musica della sua radio. Il padre di Hala si unì ai guerriglieri sulle montagne di Dohuk, e in quelle montagne trovò la morte durante un attacco dell’aviazione turca. A Sinjar, il suo corpo fece poi ritorno per essere sepolto ai piedi delle amate rocce.

Il vento alza impetuoso la sabbia, Hala ne odora l’acredine e abbandona i suoi pensieri sul padre. Ora osserva le sue compagne scendere dai pendii cantando la versione curda di Bella Ciao, per poi zittirsi quando si trovano a pochi metri da lei. Dal gruppo si stacca Jeena, l’amica e collaboratrice più fidata: “Hala, siamo pronte”.

“Bene, quando alzo il braccio partiamo all’attacco tutte insieme. Li circondiamo e poi entriamo nell’edificio. Ricordiamoci di coprirci bene le spalle. Come sai, Yousif è mio e voglio essere sola”.

“Sarò con te. Ti aiuterò ad ucciderlo“.

“No! Questa è la mia decisione… adesso torna in gruppo ho bisogno di alcuni secondi di silenzio”.

Jeena annuisce e si allontana, lasciandola sola di fronte a tutte le donne del plotone che attendono il segnale per partire.

Hala cerca ancora con lo sguardo le montagne, per fare vuoto nella testa come fosse in una sorta di meditazione laica. Dopo pochi secondi non c'è più il vuoto: risuona a tutto volume Personal Jesus, la canzone delle sue battaglie. Il braccio si alza, le compagne cominciano a correre, la macabra danza ha inizio.

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