Oggi, 12 settembre, ricorre il mio onomastico, il nome di Maria.

Un giorno che fino a poco tempo fa era motivo di festa. Mia madre ci teneva tanto a festeggiare; lei, devota alla Madonna, prima di ogni impegno andava a messa per ringraziare e affidarsi alla benevolenza del cielo. Dopo preparava la cioccolata calda accompagnandola con le pastarelle, quei biscotti secchi di poco pregio; le finanze erano quelle che erano e ne offriva a tutto il vicinato. Io ero giovanissima e spesso avevo quasi vergogna di espormi alle effusioni di quelle donne che entravano in casa per gli auguri.

Oggi mi ritrovo a dover festeggiare questo giorno particolare da sola. Attualmente non lavoro e sono a casa. I figli sono entrambi fuori sede, alle prese con gli studi universitari, e certamente più di una telefonata, se riusciranno a ricordarsene, non mi posso aspettare. Mio marito è scomparso dal mio radar – oggi fanno tre anni – inseguendo i suoi sogni di gloria. Quando ci siamo sposati lavorava come bancario; siamo andati avanti gestendo la nostra vita senza troppi patemi. La casa fu il grande regalo fatto dai miei genitori, contadini di vecchio stampo; vendendo un casolare di proprietà erano riusciti a mettere insieme una discreta cifra, sufficiente ad acquistare un appartamento in città vicino al lavoro.

Sembrava che nulla dovesse alterare lo status quo quando lui, improvvisamente, cominciò a lamentarsi del lavoro. Riteneva che le sue capacità non venissero messe in luce stando sempre in quella banca agli ordini di un direttore incapace, a suo dire. Non passò molto tempo prima che decidesse di licenziarsi e buttarsi nella difficile impresa di diventare un consulente finanziario, lavorando in proprio. Quello fu l’inizio della fine. Ben presto si accorse che la sua presunta attitudine a quel lavoro era puramente teorica. Nel giro di sei mesi sperperò i risparmi per sopperire ai guai combinati. Ferito nell’orgoglio, non trovò niente di meglio da fare che lasciarmi con i due figli ancora bambini e sparire nel nulla.

Sono tre anni ormai che mi sto dannando l’anima per tirare avanti e non far mancare nulla ai miei figli. Ho dovuto vendere la casa in città e rifugiarmi in campagna dai miei genitori. Qui la vita è molto diversa e con il loro aiuto sopravviviamo. L’anno scorso, per l’ultima volta, mia madre aveva preparato la cioccolata e, invece delle squallide pastarelle, ci aveva abbinato dei profumati biscotti integrali preparati da lei stessa. I pochi vicini rimasti arrivarono alla spicciolata, donne segnate dal tempo e dalla fatica, nei loro consunti abiti neri; prima di immergersi nei lavori quotidiani approfittavano di quella visita per una pausa. Gli uomini purtroppo erano usciti ai primi bagliori per i consueti lavori nei campi.

Il borgo dove abitiamo è magnifico. Dalla sua altura, anche se modesta, si può godere di un panorama strabiliante. Giù a valle il riverbero di luce sulle acque del fiume che l’attraversa brilla come infinite stelle. Bello da vedere ma difficile viverci. Per ogni servizio o incombenza bisogna scendere giù al piano e nel periodo invernale, con metri di neve, non è una cosa semplice.

Ora mia madre non c’è più, mi rimane solo mio padre, che se ne sta tutto il giorno su una sgangherata poltrona con lo sguardo fisso in avanti. Dagli ultimi accertamenti che gli ho fatto fare sembrerebbe che non abbia troppi problemi: qualche piccolo inconveniente, ma tutto sommato sta abbastanza bene per uno della sua età. Resta il fatto che parla poco o niente, non fa nulla tutto il giorno e continua a fissare un punto immaginario verso l’orizzonte. Cosa pagherei per entrare nella sua testa e capire i suoi pensieri. Devo tenerlo a bada tutto il giorno, sono sola e questa situazione mi costa tanto. Mi impedisce di vivere una mia vita; ho quarantacinque anni e trovarmi rinchiusa in questo paese di pietra, senza nessuna prospettiva, mi logora.

Per fortuna almeno non devo occuparmi del lavoro nei campi; di quello se ne occupano i parenti di mio padre, due fratelli e i nipoti ormai adulti, che ovviamente mirano un domani a impossessarsi di tutta la terra a disposizione. Hanno ragione, io non saprei che farmene.

Mentre la mia mente è occupata in questi mesti pensieri, qualcuno si affaccia alla porta. Una comare che si è ricordata del mio onomastico; del resto Maria è un nome troppo noto per non ricordarsene. La invito a entrare, intanto metto la cioccolata a scaldare. I biscotti li ho comprati giorni fa, non sono capace di far niente. Nel centro del paese, sulla via principale, un giovane ha rilevato l’antico panificio del padre e, ampliando la produzione, prepara degli ottimi biscotti di vario tipo. Ho preso quelli integrali con farina di farro. Sono saporiti e anche buoni per la dieta.

Non faccio in tempo a far accomodare la comare Nunzia, che arrivano altre due donne: le mogli dei fratelli di mio padre. I sorrisi e le frasi di circostanza sono obbligatori e chiacchierando sulle ultime novità del borgo mi dimentico dei miei pensieri oscuri.

Ci sto mettendo un po’ di tempo in più per capire che la vita in questi paesi, se la si accetta con serenità d’animo, può essere davvero piacevole. Gente semplice, che non chiede molto alla vita se non un po’ più di salute e il piacere di non sentirsi soli. Anche se io ci sono nata in questo nido d’aquila, sono andata via troppo presto per assimilare la vera natura di questa gente. Mi sento come un corpo estraneo, ma guardando i visi bruciati dal sole delle mie invitate, qualcosa si muove dentro di me.

Al diavolo le fantasticherie e i cattivi pensieri: oggi è il mio onomastico e voglio festeggiarlo. Senza brindisi o regali speciali, mi basta veder sorridere le donne che hanno visto la mia infanzia e che ora si divertono, mostrando sorrisi sdentati e occhi cisposi, cercando di mordere i biscotti diventati, ormai, troppo duri per loro.

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