Non sono mai stato un tipo invidioso. Davvero. C'è chi cambia macchina ogni due anni, chi compra barbecue grandi come automobili, chi passa le ferie ai Caraibi. Li guardo e penso: beati loro.

Con Gigi, però, è diverso.

Gigi abita due villette più in là della mia e quest'estate ha montato una piscina enorme. Cinque metri per tre di plastica blu brillante, acqua così limpida che sembra finta.

La piscina, in sé, mi interessa poco. Non ho mai amato stare a mollo.

Il problema è un altro.

Gigi invita tutti.

Una sera i vicini di destra. Quella dopo quelli di sinistra. Il sabato i cugini. La domenica gli amici del calcetto. Poi ricomincia daccapo.

Tutti, prima o poi, ricevono un messaggio.

Tutti, tranne me.

All'inizio penso a una dimenticanza. Poi a un equivoco. Infine comincio a studiare i suoi movimenti dalla finestra del bagno.

Passano i giorni.

Le risate arrivano fino a casa mia, insieme al rumore degli schizzi e dei bicchieri. 

A un certo punto smetto perfino di chiedermi perché non mi abbia invitato.

Mi interessa solo una cosa.

Capire com'è quell'acqua.

Mia moglie cercò di farmi cambiare idea in tutti i modi.

«Ti rendi conto che stai parlando di entrare di nascosto nella piscina del vicino?»

Mi guardò come si guarda una persona che, lentamente, ha perso il contatto con la realtà.

Provò a ricordarmi che avevamo una doccia. Che il mare distava un'ora di macchina. Che la piscina comunale era aperta.

Non capiva.

Non era una questione di acqua.

Anche i Martini erano stati invitati.

Una coppia di pensionati sulla soglia degli ottant'anni, gentili, per carità, ma non certo l'anima della festa. Lui parlava solo di pressione e pomodori. Lei conosceva i fatti di tutti così in anticipo che persino i diretti interessati chiedevano a lei.

Erano arrivati verso le quattro.

Li avevo osservati discretamente dalla finestra dello studio.

Avevo solo spostato appena la tenda.

Per quasi due ore.

Non erano nemmeno entrati in acqua.

Erano rimasti tutto il tempo sotto il gazebo, con due bibite fresche in mano, a ridere con Gigi e sua moglie.

Loro sì.

Io no.

Dovevo passare all'azione.

Avevo studiato il percorso nei minimi dettagli.

Due muri di cinta.

Il salice piangente che separava i due giardini.

Una siepe abbastanza fitta da nascondermi.

Il telo blu che Gigi stendeva ogni sera con una precisione quasi commovente.

L'unica variabile era il cane dei Bianchi.

Aveva l'abitudine di commentare ogni movimento notturno con un guaito che sembrava l'allarme di una banca.

Per l'abbigliamento avevo scelto pantaloncini scuri e maglietta nera. Niente scarpe. Sarei rimasto a piedi nudi per tutto il percorso. Dovevo evitare qualsiasi cosa potesse impigliarsi nella siepe o fare rumore durante il passaggio tra i rami del salice.

Gigi non si limitava a riempire la piscina. La trattava con una cura quasi maniacale. Ogni mattina controllava il livello, aggiungeva prodotti che non avevo mai capito cosa fossero e passava lentamente il retino sulla superficie per raccogliere foglie, insetti e qualunque altra cosa avesse avuto la sfortuna di finirci dentro.

L'acqua era sempre perfettamente trasparente.

Una volta l'avevo visto stare quasi dieci minuti a osservare il fondo della piscina.

A un certo punto aveva annuito soddisfatto.

Avevo provato il percorso mentalmente, studiandolo dalla finestra. Sapevo dove mettere i piedi.

Sapevo persino che Gigi, prima di andare a dormire, faceva sempre un ultimo giro in giardino per controllare che il telo fosse ben fermo.

Alle undici e venti spegneva la luce del gazebo.

Alle undici e venticinque quella della cucina.

Alle undici e trenta, di solito, abbassava la tapparella della camera da letto.

Alle undici e cinquantanove uscii di casa.

Attraversai il prato lentamente, cercando di non fare rumore.

Primo muro.

Appoggiai le mani sul bordo, presi fiato e scavalcai.

Atterrai dall'altra parte con un rumore che, nel silenzio della notte, mi sembrò quello di un'auto che cade da un ponte.

Rimasi fermo.

Niente.

Il quartiere dormiva.

Proseguii verso il salice.

Era enorme. I rami scendevano fino a terra formando una specie di tenda naturale. Durante il giorno sembrava perfino romantico. Di notte sembrava il posto ideale per nascondere un cadavere.

Mi infilai sotto i rami.

Fu allora che il cane dei Bianchi cominciò ad abbaiare.

Una serie di abbai brevi, acuti, rabbiosi, sempre più vicini.

Mi bloccai.

Il cane abbaiò ancora.

Poi comparve dietro la recinzione.

Lo vidi agitarsi come se avesse appena scoperto un'invasione aliena.

Tirai fuori dalla tasca il pezzo di salsiccia che avevo preparato nel pomeriggio.

Lo lanciai dall'altra parte del giardino.

Il cane smise immediatamente di abbaiare.

Per qualche secondo ci guardammo.

Poi lui corse verso la salsiccia.

Superai il secondo muro.

Atterrai nel terreno di Gigi.

La grande siepe mi aspettava.

Era perfetta per nascondermi. Divideva il giardino dalla zona della piscina e dall'altra parte c'era il piccolo orto che Gigi coltivava con una serietà che avrebbe fatto invidia a un agricoltore professionista.

Mi infilai nella siepe.

Dopo tre secondi cominciai a prudere.

Dopo cinque starnutii.

Dopo sette capii che avevo scoperto una cosa importante su me stesso.

Ero allergico alla siepe di Gigi.

Cercai di trattenermi.

Il primo starnuto uscì comunque.

Poi un secondo.

Poi un terzo.

Rimasi immobile, con gli occhi chiusi e una mano premuta sulla bocca.

Dalla casa arrivò un rumore.

Mi si gelò il sangue.

Poi si accese la luce della camera da letto.

Sentii delle voci, basse, indistinte. Gigi e la sua compagna parlavano tra loro.

Non riuscivo a distinguere le parole.

Rimasi schiacciato contro la siepe, trattenendo il respiro.

Dopo un po' le voci cessarono.

La luce rimase accesa ancora qualche minuto, poi si spense.

Gigi doveva essersi tranquillizzato ed essere tornato a letto. 

Aspettai ancora.

Un minuto.

Due.

Tre.

Finalmente uscii dalla siepe.

Avevo gli occhi gonfi e il naso che mi colava.

La piscina era davanti a me.

Il telo blu la copriva completamente.

Tirai fuori il piccolo coltello da campeggio che mi ero portato.

Lo appoggiai sul telo.

Feci un piccolo taglio.

Poi un altro.

Sollevai lentamente la plastica.

L'acqua apparve sotto la luce della luna.

Era perfettamente trasparente.

Per un istante dimenticai tutto.

Il cane.

La siepe.

I Martini.

Mi chinai per toccarla.

Fu allora che il telefono vibrò nella tasca.

Quasi urlai.

Lo tirai fuori.

Era un messaggio di mia moglie.

Lo aprii.

«Gigi ha scritto.»

Sotto c'era un secondo messaggio.

«Ci ha invitati domani sera in piscina.»

Rimasi immobile.

Rilessi.

Poi ancora.

In fondo al messaggio c'era anche una frase.

«Dice che gli dispiace non averti invitato prima. Pensava che non ti interessasse.»

Guardai la piscina.

Guardai il coltello.

Guardai il telo che avevo appena tagliato.

Era vero.

La piscina non mi era mai interessata.

Volevo soltanto essere invitato.

E adesso, improvvisamente, non avevo più voglia di entrarci.

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