“Signore e signori, benvenuti a Roma. Abbiamo appena toccato terra. La temperatura esterna è di 18 gradi. Vi preghiamo di rimanere seduti con le cinture allacciate fino allo spegnimento del segnale luminoso e all'arresto completo dell'aeromobile al gate. Grazie per aver volato con noi, arrivederci".

La voce del comandante svegliò Agata che si era appisolata guardando le nuvole dal finestrino, mentre l’aereo sorvolava la Spagna. Controllò l’ora sul pc portatile; come previsto erano le sei pomeridiane. Ad attenderla non c’era nessuno.  Aveva appuntamento alle otto con Aurelio, suo unico fratello, all’aeroporto di Capodichino. 
“Finalmente a casa” pensò. La professoressa Agata Aloise tornava da New York dove aveva insegnato per quindici anni italiano e storia ai ragazzi Italo-americani di terza e quarta generazione nel Greenwich Village. “Quindici anni sono tanti, chissà se qualcuno si ricorda ancora di me”, rifletteva mentre recuperava il bagaglio a mano dalla cappelliera. Aveva conservato solo pochi contatti tramite i social. Era tornata a Napoli solo per il funerale del padre, dopo due anni per quello della madre e per il matrimonio di Aurelio con la sua compagna Anita. Ma in quelle occasioni non aveva avuto modo di rivedere nessuno. Nella casa di famiglia ormai viveva il fratello con la moglie Anita e la figlia Aurora. Aurelio, in previsione del suo ritorno, le aveva preso in fitto un bilocale ammobiliato nel suo palazzo.  

L’aereo per Napoli fu puntuale. Ad accoglierla all’uscita viaggiatori c’era il fratello con la sua famiglia. Agata aveva incontrato Anita solo nelle tre volte che era dovuta tornare. Aurora aveva otto anni ed era la prima volta che incontrava di persona la zia “americana”, di cui spesso le parlava il papà e che ad ogni suo compleanno e a Natale le mandava bellissimi giocattoli. A volte Aurelio si collegava con la zia tramite skype e lei la osservava con attenzione per scoprire se veramente, come sosteneva la mamma, le somigliasse molto. Come lei era bionda e aveva gli occhi dello stesso colore ceruleo del padre e della zia, ma il viso tondo era quello della mamma. 

Agata non si era mai sposata. Dopo vari fidanzamenti senza storia aveva preso la decisione di dedicarsi al lavoro e ai suoi interessi. A New York aveva avuto poca vita sociale e qualche breve rapporto, cercava di non mettere radici, evitando legami sentimentali troppo impegnativi, poiché intendeva tornare in Italia al termine di quella esperienza lavorativa. 

Caricate le due valigie e la borsa nel portabagagli, si immisero nel traffico cittadino. Anche la tangenziale a quell’ora era sempre ingolfata, presero l’uscita dell’Arenella, ma la strada che seguì Aurelio non le sembrò quella di casa. Non disse nulla, pensò che forse era cambiata la segnaletica stradale e il fratello era costretto a seguire un altro itinerario. Ma, quando l’auto prese una direzione opposta a quella della loro strada disse: “Aure’, ma se pò sapé dove stiamo andando?”

L’aria di Napoli le aveva fatto recuperare immediatamente l’accento partenopeo. Aurelio, senza distrarsi dalla guida nel caotico traffico del Vomero, le rispose attingendo alla sua scarsa conoscenza della lingua: “Don't worry teacher, trust your big brother”.

“Big brother portami a casa che tengo nu jet lag esagerato” disse Agata che aveva iniziato a capire le intenzioni del fratello. Aurora cercò di nascondere una risata mettendo le mani davanti alla bocca, mentre la madre la tirava a sé, sperando che la zia non la vedesse. Pochi minuti dopo Aurelio accostò l’auto al marciapiede e spense il motore. “Siamo arrivati”, esclamò soddisfatto incurante dell’espressione accigliata della sorella. Scesero dalla macchina, camminarono lungo una traversa di via Luca Giordano e giunsero davanti ad un locale per cerimonie con un’insegna al neon molto colorata: “A biutiful dey”, Agata, nel vedere la scritta, sorrise.

Il fratello la prese sotto braccio seguiti da Aurora e Anita. Li accolsero note di “Everyday is like Sunday” di Morrissey. Sentendo il suo artista preferito, lo sguardo di Agata si addolcì ulteriormente per scoppiare in un urlo di gioia e sorpresa quando, aldilà della tenda che divideva l’ingresso del locale dal bar, vide tanti volti noti: compagni di Liceo, colleghi dell’università, amici d’infanzia, circa due dozzine di facce amiche. Quelli in prima fila reggevano un cartello giallo con una scritta nera: “Bentornata Agata, con te è tornata la primavera”. Tutti la circondarono per un bacio, un abbraccio di saluto. Agata non si commuoveva facilmente, ma dovette trattenere le lacrime. Aurelio aveva fatto un ottimo lavoro nel pianificare un giro di telefonate tra gli amici, in gran parte in comune con la sorella, per organizzare un rinfresco di benvenuto.

Quando gli ospiti, esauriti i saluti e i convenevoli, si dedicarono con entusiasmo e passione al buffet. Agata si avvicinò al fratello e gli chiese se avesse invitato anche Agostino Aloja. “Ho incaricato Anna Aragona, ma mi ha detto che non è stato possibile raggiungerlo al telefono, pare che il suo numero ora risulti inesistente. Ci tenevi particolarmente?” rispose Aurelio. “Dopo ti racconto tutto” disse Agata, mettendo in pausa il discorso. La serata fu piacevole per tutti, la festeggiata fu tempestata di domande sulla sua esperienza lavorativa e la sua vita negli USA. Agata ad alcuni amici che sapeva più vicini ad Agostino, chiese sue notizie, ma ricevette solo informazioni vaghe che già conosceva. Sin dai tempi del liceo, il padre che lavorava in polizia chiese il trasferimento a Roma e traslocò con tutta la famiglia. Pare che il cambio di sede fu chiesto perché era preoccupato di certe frequentazioni politiche pericolose del figlio, ma spesso Agostino tornava in città con la scusa di far visita ai nonni. 

Verso mezzanotte i primi invitati andarono via e anche Aurelio, consapevole della stanchezza della sorella, l’accompagnò nella sua nuova casa. Insieme ad Anita avevano pulito e sistemato tutto, le avevano preparato il letto e rifornito il frigorifero del necessario per la colazione e le prime necessità.

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