Lena aveva conosciuto Ivan su un vecchio forum di diorami che quasi nessuno frequentava più.

Non sapeva nemmeno se Ivan fosse il suo vero nome.

Lei era stata sincera: Lena, 35 anni, castana chiara. Quasi cenere.

Il nome del supermercato dove lavorava come cassiera non lo aveva detto e lui non lo aveva chiesto.

Ormai si scrivevano da più di un anno. Sembrava che il forum restasse in piedi soltanto per loro e di diorami, ormai, non parlavano più.

Nessuno sembrava parlarne più.

Non lì.

Gli ultimi topics risalivano a mesi prima. Relitti abbandonati al largo visti da spiagge deserte.

"Case per bambole", questo era l'interesse comune, almeno all'inizio.

Poi le cose presero un'altra piega.

Scoperchiando il baule dei ricordi come tetti di case in miniatura, avevano cominciato a raccontarsi le loro vite. 

Parlavano di tutto. Di come lei si sentisse piccola in una città così grande, del suo senso di estraneità alle relazioni sociali, anche le più semplici. Di quanto poco le piacesse il suo lavoro, le sue colleghe e i visi dimessi delle persone che incrociava nel tragitto verso casa. Sempre lo stesso, sempre quello.

Gli aveva rivelato di credere che la felicità fosse una prerogativa degli altri e che la sua consistesse in una tregua dalle cattive notizie, dall'invariabilità delle sue abitudini nella sua solitudine.
Ivan invece restava un’ombra dai contorni sfocati. Qualche anno in più di lei, impiegato statale, pochi grilli per la testa.

Le sue erano parole che non facevano alcun rumore. Nuvole sullo sfondo.

Prestava però attenzione e Lena si sentiva capita. Qualche volta lui rideva o almeno lei immaginava lo facesse. Altre la consigliava su quale atteggiamento tenere con quelle stronze delle sue colleghe.

Lena lo pensava spesso. Il pensiero di lui cominciò a diventare insistente osservando gli uomini soli durante il turno al supermercato. Anche la notte, quando il rumore delle tubazioni del vecchio condominio la svegliavano da un sonno da sempre leggero.

Chi era quell'uomo? Quali i tratti del suo viso? E com'era la voce, il modo di parlare o la maniera di muovere le mani?

La paura che quelle curiosità si trasformassero in ossessione l'aveva spinta a proporre un incontro.

“Un modo per posizionarsi nello stesso scenario”, gli aveva scritto.

Si accordarono per un sabato di tardo pomeriggio, in Un piccolo caffè sotto i portici del centro non troppo distante da casa di lei. Ci sarebbero arrivati a piedi. Lena avrebbe indossato qualcosa di rosso, un nastro per capelli o una spilla forse.

Nell'attesa, aveva speso le notti a guardarsi riflessa nello specchio del bagno fino a non riconoscersi più. Aveva acconciato i capelli raccolti, poi sciolti a coprire le spalle. Aveva provato un sorriso, poi un altro e altri ancora. 

“Devo essere me stessa o perfetta per lui?” Si chiese.

Quel sabato arrivò all'appuntamento mezz'ora in anticipo.

Chiusa fino al collo in un cappotto beige di qualche anno prima e che non metteva mai, teneva le braccia rigide, unite a stringere una borsetta in finta pelle, le gambe vicine come gessetti bianchi infilati in un paio di rossi scarponcini da neve.

Il battito del cuore sembrava sincronizzarsi al viavai pulsante delle persone che a quell'ora affollavano il centro. Un fluire disordinato e indifferente che si fermava e riprendeva ad andare per poi fermarsi ancora.

Controllò l'ora sull'insegna lampeggiante di una farmacia. Sarebbe arrivato a momenti e quell'attesa fatta di muscoli tesi e respiri trattenuti avrebbe lasciato il posto al suono di una voce vera.

Si sentì osservata immaginandolo già vicino. Forse era quell'uomo con il cappello  grigio che arrivava con passo deciso oppure quell'altro che tentava di accendere una sigaretta. O forse uno dei tanti che scendevano dal pullman una decina di metri più in là?

Nessuno di loro però volgeva lo sguardo, nessuno dava l'impressione di cercare una sconosciuta tra la folla.

Guardò di nuovo quell'orologio in bella mostra. Pensò che fosse soltanto in ritardo.

Dopo la luce del pomeriggio perse intensità, sbiadendo poco a poco nel grigio pallido del crepuscolo.

“Solo un ritardo”, pensò quando ormai le ombre dei portici si allungavano inghiottendo anche il rosso dei suoi scarponcini.

Quando Lena si voltò a guardare il caffè alle sue spalle, solo le serrande abbassate separavano l'oscurità della notte dai riflessi sulle vetrate.
Poi si avviò verso casa.

 

Lui non scrisse più. Il forum aveva registrato il suo ultimo accesso il lunedì successivo e Lena non aveva avuto il coraggio di chiedere spiegazioni.

Attese ancora qualche giorno.

Annullò l'iscrizione poche settimane più tardi.

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