Quando il mio terapista mi vede ha un sussulto.

Io e un altro paziente siamo seduti, più lontani possibile nella sala d’attesa, io con Cesare legato al guinzaglio.  Qualcosa è andato storto. Non troppo, ma abbastanza. Non so ancora cosa, ma ho imparato che se resto ferma è più facile che la cosa storta non mi piombi addosso come una palla da demolizione.

Improvvisamente vedo a terra qualcosa di scuro che di sicuro non è passata per l’intestino del mio cane, e mi precipito a mentire: “Quello era già lì”.

Non finisce qua. Il mio terapista è alto, con un fascino accuratamente coltivato anche ora che pregusta i settant’anni. Sembra sinceramente sconvolto. Per la Legge di Murphy: se qualcosa può andare storta, ci va.

Io sono uscita di casa dopo un’accurata ricerca del vestiario che ha portato una donna sovrappeso, alta e sessantenne a indossare una camicetta viola completamente di plastica. Me ne accorgo quando scorgo ai miei piedi il bicchiere di plastica con l’acqua per Cesare riverso, vuoto. Intorno a lui, una pozza trasparente.

Può un liquido limpido essere scambiato per pipì? Mi dispiaccio, mi contorco, mi chino ad asciugare. Nel frattempo il terapista ha chiamato un’altra terapista e le mostra la sala d’attesa. In piedi vedo che il materiale sconosciuto  è tantissimo e proviene dal lato inferiore della mia sedia. Io ero comodamente seduta su un cumulo di ruggine che cadendo silenziosamente, dopo che mi sono seduta, ha zozzato il pavimento.

Se potessi strapparmi la camicetta lo farei. La sento rovente.

Percorro il corridoio, scortata dal terapista e quando arrivo e mi siedo su un’altra seduta meno arrabbiata con sé stessa, riesco solo a pensare a come togliermi qualche soddisfazione. Mentre parlo, sfìlo il maglioncino preferito e, senza colpo ferire, tolgo lo stramaledetto capo di abbigliamento viola, tessuto con petrolio...

Resto in canottiera e aspetto mentalmente il guizzo del terapista. Sono quasi contenta quando dice: “Eh, non ci si comporta così”.

Potrei obiettare: “Sai che dramma, alla fine ero in canottiera”. Ma la vita, e tanti anni di analisi, mi hanno insegnato a glissare. Forse è tutto voluto. Sta cercando di darmi una scossa, una sferzata.

Della seduta porterò a casa una cosa: non devo essere me stessa. Lui dice che nessuno lo è mai, manco lui. E sottolinea che tutti, dice tutti, si ritrovano con onde nere in testa per colpa del lavoro. Ma mica se le portano a casa. “Per dio”, penso io. “Forza, ti fai distruggere la vita dal lavoro? Vai al mare, sii felice.”

“Wauu. Porca vacca. Averlo saputo prima”, penso mentre mi alzo. Il tempo, è finalmente finito.

Esco quasi accelerando, come se mi avessero dato delle password da scrivere subito. Passando davanti alla sala d’attesa vedo che ora è tutto pulito. “Amo molto il mio cane”, aggiungo, difendendo la scelta di portarlo in studio.

Scendo le scale più leggera di quando le ho salite. A casa, sul balcone, penso che come seduta di saluto è sembrata convincente.

La mia amica Cristina dirà che mi ha cazziata. Io penso che dopo tanto tempo tutti i rapporti si consumano, fino ad arrugginirsi. Ci vuole una sferzata, una schicchera che libera, che rinnova.

E, beh, libera tutti.

Quindi scrivo la prima cosa che mi viene in mente: per 5 settimane non potrò andare, dentista a Roma.

Sono sicura che la sua risposta sia solo una maschera, quella del terapista. Ma l’uomo che gioca a padel ne sarà sollevato.

Bisogna avere coraggio. E tanta antiruggine.

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