L’appuntamento era alle diciotto, ma noi eravamo già lì alle cinque e mezza. Non si sa mai: è una regola non scritta dei cori amatoriali che più l’evento è modesto, più l’anticipo deve essere incompatibile con la vita civile, come se un cataclisma potesse cancellare tutto da un momento all’altro.

L’auditorium “Vinicius” si stagliava nel verde come un grosso bastimento addormentato. Portava orgogliosamente il nome di un medico condotto del paese, uomo stimato, anche se il nome faceva pensare più a un poeta brasiliano che a un benefattore.

Noi, le B-Roll Girls, coro femminile amatoriale specializzato in brani da film, eravamo pronte da ore.

Vestite secondo le disposizioni del direttivo (total black, ovviamente): pantaloni neri, scarpe nere, maglie nere, borse nere, occhiaie nere.

Sedici vedove in trasferta, o una processione funebre con spartiti al posto delle corone.

Nessuna aveva fame, all’inizio, ma la sete nervosa sì, quella c’era, insieme a un bisogno improvviso e collettivo di svuotare la vescica, come se il corpo femminile, di fronte a un Fa maggiore, decidesse di ribellarsi con la precisione di un orologio svizzero.

In mezzo a noi, già spiritualmente sfiancate, troneggiava lui, Furio, il maestro.

Pallido, con capelli e barba bianchi come la tunica che indossava, occhi liquidi e l’aria stanca di chi sta cercando di tenere insieme noi, il concerto e se stesso.

Una figura mistica discesa tra i mortali per guidarci verso una morte armonizzata a quattro voci.

Teso e confuso, ci martellava con frasi motivazionali che sembravano utili soprattutto a se stesso.

“Ricordatevi dei respiri e rispettate le pause”, disse.

Nessuna fiatò. In quel momento, respiro e pausa erano composti al 50% da paura, al 30% da sete e al 20% da reflusso.

“Dovete sentire il brano dentro di voi e divertirvi nel cantarlo.”

Intanto, controllava gli attacchi battendo il tempo sulla coscia destra con crescente drammaticità.

“Non pensate alle singole voci. Non pensate al pubblico. Pensate all’insieme. E sorridete, siate serene.”

Avrebbe anche potuto dire: “Volate, e non vi preoccupate della gravità.”

Ma il vero problema, secondo lui, erano sempre e solo le vocali.

Da giorni ci ripeteva, con l’insistenza di un predicatore battista: “Le A vanno cantate come O, le E come U. Le I, poi, non vanno cantate proprio.”

Informazione apparentemente banale, in teoria utile all’omogeneità del suono.

Nella pratica, ci trasformò in sedici donne confuse e sudate sotto sei fari da seimila watt, pronte a scambiare un “What” per un “Whot”.

“Le A sono O”, ripeteva in loop Furio.

Noi annuivamo.

“Le E sono U.”

Okay. Annuivamo ballonzolando come quei cagnolini di plastica sui cruscotti delle corriere degli anni ’60.

E le I? Abolite per decreto divino.

Fu durante le prove sul palco che Furio ebbe l’illuminazione.

“Non entrerete né uscirete normalmente”, annunciò, con la solennità di un uomo convinto di star rivoluzionando il teatro musicale europeo partendo da Prato di Neve.

L’ideona prevedeva una lunga fila di sedici coriste in lutto cromatico che avrebbe attraversato il palco nero, formando un semicerchio altrettanto funereo.

Poi, alternandosi, otto avrebbero fatto due passi avanti, stringendosi tra loro come sardine in scatola; le altre otto sarebbero rimaste indietro, a fare da sfondo vivente.

 

“Bellissimo, molto evocativo”, sentenziò il maestro soddisfatto.

 

Noi annuimmo con prudenza, rassegnazione e un pizzico di terrore.

Naturalmente non avevamo mai provato nulla del genere, ma era un dettaglio trascurabile, considerando che eravamo già impegnate a gestire: l’incontinenza, gli spartiti nella mano sinistra (quella sbagliata), il tremore alle ginocchia e le vocali contraffatte.

Partimmo e… una contralto sbagliò la curva e finì per trascinare mezzo gruppo verso una dimensione parallela.

“Avanti, avanti, più fluidità, più dinamismo”, esortò Furio.

Fluidità. Certo.

Sembravamo sedici vedove durante un’evacuazione di emergenza di un treno in fiamme.

La parte peggiore, però, arrivò dopo.

Il movimento scenico non serviva solo per entrare, serviva soprattutto per uscire.

Alla fine del concerto, otto in prima fila avrebbero dovuto arretrare lentamente, reinserendosi le une tra le altre per ricomporre il semicerchio iniziale.

A quel punto, la prima della fila si sarebbe voltata, guidando il gruppo fuori dal palco in un lungo e contorto movimento ondulatorio.

“Come un’unica creatura”, spiegò il maestro, agitando le braccia e con gli occhi lucidi di commozione.

Seguì un lungo silenzio.

Da fuori, probabilmente, sarebbe sembrato scenico; da dentro, somigliava all’evacuazione ordinata di un enorme millepiedi in preda a una crisi di panico.

Le prove finirono senza che nessuna di noi fosse davvero pronta.

Dietro le quinte, intanto, aspettavano il loro turno una trentina di cantori della terza età, le “Allegre Costellazioni”, coro misto, bravissimi, vestiti di nero e lurex rosso sangue.

Uscimmo a prendere aria. Quando tornammo, il teatro non sembrava più un teatro, ma una grossa e grassa baleniera brulicante di vita.

Furio ci sorrise: aveva gli occhi disperati come quelli di un condannato a morte a cui hanno appena offerto un caffè.

“Meeeeeerdaaaa”, disse.

E a quel punto capimmo che era troppo tardi per scappare.

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