Mentre cercava di capire come entrare senza farsi notare, una porta interna si aprì all’improvviso. Livia si fermò, trattenendo il respiro. Le figure nel magazzino si voltarono, ma non le prestarono attenzione, come se la presenza di estranei fosse normale.

Fu allora che notò qualcosa che le gelò il sangue: sul carrello non c’era solo materiale vecchio. Oggetti coperti da un telo mostravano forme lucide e irregolari, simili a figure umane. Livia strinse i pugni, cercando di mantenere la calma, mentre il ronzio elettrico si faceva più insistente, pulsando come un battito cardiaco.

Non poteva fermarsi ora. Doveva capire cosa stesse succedendo. E senza accorgersene, un passo dopo l’altro, si avvicinò alla porta secondaria, pronta a scoprire il segreto nascosto dietro la notte silenziosa del convento.

All’interno la investì una luce. Tavoli pieghevoli occupavano lo spazio, cavi correvano sul pavimento, una camera era montata su un cavalletto, microfoni pendevano dall’alto. Le persone con le giacche scure erano sedute in cerchio. Alcune avevano ancora i guanti. Al centro, la persona che non era più uscita prima stava in piedi, immobile, gli occhi chiusi.

Un uomo batté le mani. Disse che quella era buona e annunciò una pausa. La persona al centro aprì gli occhi, sorrise, si rilassò. Sul carrello metallico, ora scoperto, non c’era un corpo ma un manichino iperrealistico, sezionato, usato come riferimento. La macchia sulla manica era vernice. I colpi sordi, effetti sonori provati e scartati.

Un uomo prese appunti. Un altro commentò che con quei cappucci sembravano davvero colpevoli. Un altro annuì e disse che bastavano gli indizi giusti perché il pubblico facesse tutto il resto.

Livia rimase sulla soglia. Capì di aver collegato segni frammentari di una storia che aveva solo immaginato. Pensò all’affresco lasciato a metà: anche lì stava tentando di restituire un senso a ciò che era incompleto.

Il regista la notò e le sorrise. Livia chiuse la porta alle sue spalle e tornò verso casa, con la consapevolezza di quanto fosse facile immaginare storie da pochi indizi frammentari.

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