Erano le sei del pomeriggio di un giorno di fine ottobre. Il sole si nascondeva dietro grosse nuvole nere spinte dal vento di tramontana. La visibilità in strada era poca e la gente camminava frettolosa. Erano figure senza sorriso, che non si capacitavano di quel cambiamento così inaspettato. Le belle giornate erano finite, l’inverno era alle porte e bisognava tirare fuori dagli armadi gli abiti pesanti. 

Una città come Napoli rispecchia il carattere estroverso ed eccentrico dei suoi abitanti. Tutto si svolge all’insegna del diverso, dell’ambiguo, un mondo irreale dove scompare il limite fra finzione e realtà.

All’angolo del vicolo, a venti metri dal portone di un grosso fabbricato, avvolta in uno scialletto di lana, Teresina sedeva su una cassetta di frutta davanti a un grosso bidone adattato a braciere. Vendeva castagne arrostite, delle quali il profumo portato dal vento doveva attrarre i pochi passanti.

Pasquale Pappalardo, meglio conosciuto come Teresina, era noto in tutto il quartiere. Ragazzo di buona famiglia, nell’adolescenza aveva subito una serie di malattie, ultima di esse una disfunzione ormonale che lo aveva distrutto. Il giovane era ingrassato a dismisura fino a superare il quintale, con un accumulo di grasso sul petto che lo rendeva simile a una matrona. In più il viso era rimasto glabro come un sedere di neonato e questa trasformazione aveva segnato per sempre la sua vita. Era lo zimbello del quartiere: i suoi coetanei non erano per niente teneri nei suoi confronti. Dopo anni di sofferenze e grazie all’aiuto di persone amiche, aveva superato quel periodo trasformandosi in ‘Teresina’. La sua presenza nel vicolo era diventata una realtà, quasi un'istituzione. I modi garbati, la disponibilità e la cultura superiore alla media, l'avevano resa indispensabile alla comunità. 

I suoi consigli erano seguiti e tutti la consultavano in ogni occasione, anche per appianare diatribe.

Adesso, avvolta in quell’esigua stoffetta con la quale cercava di proteggersi dal vento gelido, urlava a gran voce per richiamare qualche cliente distratto. Le condizioni per continuare però erano proibitive e fu costretta a rifugiarsi nel cortile del palazzo vicino, più riparato ma sempre all’aperto. Il custode di questo, don Salvatore, era il suo vero e unico amico. Considerato un novello filosofo, quasi una leggenda, in un modo e nell’altro risolveva i problemi che gli sottoponevano. Era una vera miniera di conoscenza d'aneddoti e storie sul popolo napoletano ed era stato lui a consigliarlo sulla linea da seguire per uscire dal suo inferno. 

A ogni incontro gli diceva: “Se non puoi superare l’ostilità della gente che ti sfotte per il tuo aspetto, cambia tu, diventa davvero donna e vedrai che non avranno più motivi per offenderti."

Il tempo diede ragione al custode.

Dopo tanto vento cominciò a piovere. Un acqua violenta che fece scappare le poche persone ancora per strada, Teresina era riuscita a ripararsi all’interno del palazzo, ma si era comunque bagnata. Aveva i capelli zuppi, così come la camicetta sbiadita e la gonna lunga e logora, suo abituale abbigliamento. 

Considerata chiusa la serata decise di pulire la griglia. Il fuoco si era spento quando era corsa via, doveva solo recuperare le castagne sparse un po’ ovunque. Dopo averle asciugate alla bene e meglio, quelle non cotte le rimetteva nel sacco di iuta, quelle già pronte invece le confezionava in piccoli cartocci di carta. Il suo viso corrucciato sembrava essere tormentato da qualche pensiero e non si accorse del suo amico che la stava chiamando:

«Pasquale! Pasquale!» 

Lei però continuava concentrata nel lavoro e il vecchio custode fu costretto ad alzare la voce.

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