La mattina, quando fuori era ancora buio, uscii di casa. Non sapevo spiegare perché stavo andando proprio lì; sapevo solo che non avrei potuto fare altrimenti. Una forza irresistibile, un richiamo profondo, qualcosa cantava nel mio sangue.

Il giardino zoologico era quasi deserto. Attraversai i viali senza fermarmi, come se li conoscessi da sempre. L’aria diventava via via più umida, più densa. Quando entrai nella serra, il vapore mi avvolse la pelle; il respiro rallentò. La serra era satura di umidità; il vapore colava dai vetri.

Il direttore non sembrò sorpreso dalla mia visita e mi accolse raggiante.
«Il signor Plethodon! È arrivato nel giorno più importante della settimana. Oggi facciamo esperimenti con le salamandre. Venga, venga a vedere.»

La serra era ampia, satura di umidità. Guardai in giro. C’erano enormi teche di vetro in cui alcune salamandre scivolavano sotto le foglie morte, lucide, silenziose.

C’era un uomo che stava facendo dei lavori vicino a una teca.
«Ha sbagliato tutto, Giovanni», disse il direttore, mettendomi una mano sulla spalla.

«La sua non è una malattia. Ma è anzi una benedizione… vorrei essere come lei.»

«Ma lei non capisce… mi sto trasformando in una cosa… e lei dice che non devo preoccuparmi?»

«Lei è agitato, ma sono sicuro che appena capirà… sa, noi sappiamo tutto del suo caso… qui abbiamo molti casi come il suo e come vede stanno tutti bene… hanno trovato la loro forma… la loro vera natura!» e indicò le teche.

Sentii le forze venir meno; forse era il caldo umido eccessivo. Anche sulla fronte del direttore colavano copiose gocce di sudore.

«Venga con me… le posso assicurare che starà benissimo… anzi come mai è stato prima… ci prenderemo cura di lei… come là fuori non succede e mai succederà» fece cenno all’inserviente.

«Marco, dammi una mano con Giovanni qui.»

Persi ogni forza, il sonno mi prese, non opposi resistenza. Mi sollevarono e mi condussero in un angolo della serra. L’umidità si faceva sempre più densa. All’alba chiusi gli occhi, alzai le mani verso un sole non ancora sorto, e scomparvi.

Almeno nella mia forma umana.

Al mio posto rimase una salamandra: nera, attraversata da striature gialle.
«Me l’aspettavo più bella», disse il giardiniere.
Il direttore rise, una risata lunga e sibilante. Poi scrisse su un cartoncino e lo appese alla teca:

PLETHODON VENTRALIS

Quando se ne andarono, cercai di gridare, ma dalla gola uscì solo un suono muto. Scivolai verso il margine delle foglie morte e mi infilai sotto un tronco marcio. La terra era fresca, accogliente.

La mattina dopo, una piccola creatura dalla pelle nera macchiata di giallo emerse lentamente dal rifugio. Mi mossi seguendo l’umidità, fedele a un istinto antico.

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