La sera seguente l’atmosfera è cambiata. 

Alba si muove nervosa, liscia l’abito nero che indossa in modo ossessivo, ogni volta che lo sfiora però sembra irrigidirsi ancora di più. Federico indossa un completo grigio con movimenti meccanici, si muove come un automa.
Prima di uscire dalla camera da letto si ferma davanti allo specchio e non sembra convinto. Sospira e il riflesso sembra sospirare un attimo dopo.

Il campanello suona. Sussultano entrambi.

Lui apre con un sorriso troppo grande. 

«Che piacere vedervi, prego entrate.»

La coppia sulla soglia esita come se quel corridoio fosse più lungo del previsto. Si guardano attorno e sui loro volti c’è un’espressione mista di cautela e curiosità. Forse è timore, forse altro.

«Un aperitivo?» Chiede Alba con voce così impostata da risultare finta. 

Si accomodano tutti a tavola dopo aver sorseggiato Kir Royal. 

Seguono scampi accompagnati da champagne. Gli unici suoni sono piccoli rumori gentili di posate che sfiorano i piatti.

Poi, come un interruttore programmato:

«Allora, come vi siete conosciuti?» Chiede la donna.

Federico risponde.
Parole fluide, corrette, calibrate… Perfette!
Eppure…

Il vento entra con più forza e attraversa la stanza facendo oscillare il lampadario.

«Ah sì, me lo ricordo. Ero andato ad ascoltare uno dei miei autori preferiti. Dovete sapere che leggo molto, soprattutto romanzi storici di Marguerite Yourcenar o Irvin Yalom.»

Alba guarda rapidamente gli ospiti. 

«Federico mi aiuti col primo per favore? Scusateci un attimo.»

In cucina la luce è più fioca. Lei apre il freezer, prende un surgelato e lo infila nel microonde con un gesto sbrigativo, come fosse la norma durante una cena elegante.

«Pensi che stiamo andando bene?» Sussurra. 
«Sì. Va tutto bene». La rassicura lui.

Il microonde trilla acuto, troppo acuto. Sobbalzano entrambi.

Tornano in sala, ma si bloccano.

Gli ospiti non parlano più. Stringono dei fogli pieni di frasi evidenziate.

«Cosa sono?» Chiede Alba con voce incrinata.

La signora solleva lo sguardo: nei suoi occhi c’è un’inquietudine assoluta.
«Sono… le nostre parole. Le frasi che dobbiamo dire».

Tende i fogli.
Alba li strappa istintivamente.
Federico indietreggia.

«Non volevamo usarlo», dice l’uomo con voce spezzata. «Avevate detto che vi piaceva conoscere persone spontanee.»

La donna aggiunge, quasi piangendo:
«Ma senza il copione… non sappiamo più come comportarci.»

Si alzano, attraversano il salone in tutta fretta, agguantano i cappotti ed escono senza voltarsi. 

La porta si chiude con un tonfo secco.

Federico e Alba restano soli.
La stanza è immobile.

Lei apre un cassetto, tira fuori un plico e lo posa sul tavolo.
«Non era così difficile, dovevamo solo dire le nostre battute.»

Ma il copione è troppo pesante, è bagnato.

«Non può essere,» mormora scioccata.

Lui si avvicina e tocca i fogli che stano girandosi da soli. Le pagine si voltano sempre più rapide. Le parole si cancellano, sostituiscono, righe di testo si riscrivono in un tempo troppo veloce per sembrare reale.

Tra le fitte frasi compare una riga nuova.
 

 “Federico e Alba tentano di fuggire, ma ormai non è più possibile.”

 

«Ma cosa…» sussurra Federico. 

Le luci tremano, le ombre si allungano, distorcono le loro sagome, le rendono contorte, disumane.

Dalla copertina del copione l'inchiostro prende vita: serpeggia sul tavolo, arriva al pavimento e avanza verso le loro caviglie.

«Alba scappa!» 

Provano a correre. Ad aprire la porta, ma la maniglia non si muove.

Sul copione appare un’altra frase.

 

 “I personaggi restano finché la scena lo richiede.”

 

Il pavimento si liquefa sotto i piedi, si trasforma in una cosa vischiosa che li risucchia lentamente, centimetro dopo centimetro.  

Le luci si spengono una a una, mentre un suono lontano, un fruscio d'infinite pagine riempie l’aria.

Il copione sta già scrivendo la scena successiva.


E non è più la loro.

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