La sala da pranzo è troppo luminosa data l’ora. 

La luce del tramonto invece di attenuarsi s'intensifica e scende sulle finestre come liquido dorato che inghiotte le superfici. Le tende bianche sono mosse da un vento lieve, oscillano a ritmo lento e costante, quasi ipnotico. Ogni volta che si spostano cambiano forma seguendo un tempo tutto loro.

La tavola è apparecchiata con ordine impeccabile, ogni dettaglio risulta elegante e necessario. 

Federico e Alba siedono uno di fronte all’altra. Non parlano. Rimangono fermi, immobili, come statue che attendono un comando preciso per animarsi. 

Poi lei alza lo sguardo e dice: «Ricominciamo.»
La sua voce è quieta ma troppo bassa, come se temesse di disturbare.

Lui annuisce e inspira a fondo.

«Posso chiedere come vi siete conosciuti?» Chiede Alba. 

«Da bambini eravamo vicini di casa e giocavamo spesso insieme. Trascorrevamo interi pomeriggi nella mansarda di mia nonna». Il volto di Federico si fa serio. «Poi mio padre cambiò lavoro e ci trasferimmo altrove».

Il vento sembra aumentare di un soffio.

«E come vi siete ritrovati?» 

Lui cambia espressione e tono.
Un calo.
Un’ombra.

«Ah, sì… me lo ricordo. Ero andato ad ascoltare uno dei miei autori preferiti. Dovete sapere che leggo molto, soprattutto romanzi storici di…».

Sembra sia rapito da un suono, da qualcosa detto da qualcuno o da nessuno.

«Ma no» urla di colpo Alba rossa in faccia, «non puoi scordare i nomi scritti sul copione. Devi studiare meglio la tua parte!».

«Sì, lo so… Dai, vedrai che ce la farò», mormora lui accasciandosi sulla sedia.

Lei prende il copione dal tavolo e glielo scaglia addosso con forza. 

Per un attimo le pagine sembrano girarsi da sole.

«Entro domani lo devi sapere alla perfezione», dice.

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