Ricordo quando il 4 agosto del 1935 arrivai alla piccola stazione di Brancaleone. Il treno sbuffò via lasciandomi in mezzo a un caldo secco, meridionale, che pareva venire dalla terra stessa. Avevo con me due valigie—più libri che vestiti—e addosso la condanna a tre anni di confino. La mia colpa era stata una colpa d’amore: qualche lettera indirizzata alla donna che frequentavo allora, una militante del Partito Comunista. Bastava questo. Bastava così poco.
Da Torino a quel paesino della Calabria lo scarto era tale che mi sentii come precipitato in un altro mondo. Io, occhialuto e taciturno, che vivevo di traduzioni americane, di greco antico e delle mie prime poesie, mi ritrovai in un luogo dove anche il silenzio aveva un accento diverso. Là, sulle colline del sud, nacque dentro di me qualcosa che non conoscevo: un tempo sospeso, uno sguardo nuovo. E, senza volerlo, la vena che mi avrebbe portato a scrivere il mio primo romanzo.
Stefano, il protagonista, era una mia ombra: un uomo sbalzato in un mondo “altro”, mitico e remoto, che diventava la misura concreta del mio disagio. Io facevo quello che ho sempre fatto: trasformavo il dolore in racconto, una lontananza in paesaggio.
Scrivevo molte lettere allora. Alla sorella, agli amici. Raccontavo della gente del posto, di quella cortesia naturale che mi spiazzava. Ricordo bene ciò che annotai:
“La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono ‘Este u’ confinatu’, lo fanno con una tale cadenza ellenica che mi immagino di essere Ibico e sono bell’è contento.”
Sorrisi davvero, quel giorno. In mezzo all’esilio, trovai una traccia d’antico splendore.
Gli anni passarono, e allo scoppio della guerra non mi richiamarono: la salute era quello che era. Tornato al nord, segnato da quelle esperienze, scelsi di restare fuori dalla politica attiva, anche quando gli altri entravano nella lotta. Le mie contraddizioni, i miei silenzi, sarebbero diventati materia dei romanzi successivi.
Mi piace pensare che qualcuno, entrando in quella stanza là al confino, possa sentire almeno un’eco di ciò che provai: la solitudine, sì, ma anche la scoperta. Perché è vero: soffrii. Eppure, proprio lì, tra quelle mura spoglie, imparai che ogni esilio è anche una porta. Che ogni luogo remoto può diventare scrittura. Che si scrive sempre per colmare una distanza—anche quando non si colma mai del tutto.
Se un ricordo mi accompagna ancora, è forse questo: a Brancaleone io non imparai a essere felice, ma imparai a guardare. Ed è già molto per uno che ha sempre cercato, nei luoghi e negli uomini, un varco attraverso cui respirare.
Ricordo che invidiavo un confinato che viveva più in alto: da lassù poteva vedere il mare da lontano, minuscolo dentro una nuvola azzurra. Distanza, dunque immaginazione. Per me, invece, il mare diventava immaginario solo quando spariva. Solo quando non c’era.
Scrissi una volta: vivere in città e sognare la campagna; vivere in campagna e sognare la città; e ovunque, sognare il mare. Il mare come figura dell’altrove, come lievito dell’immaginazione solo se assente. Quando è presente, muore. Si prosciuga. Diventa vetro.
La campagna delle origini, invece, si fa mito: boschi, sentieri, sere, pane, frutta—tutto ciò che ho visto bambino torna con una forza che non so contenere.
È lì che nasce il mio modo di scrivere: nella radice che riaffiora, nell’infanzia che si trasfigura. È ciò che un giorno spiegai in una lettera a un’amica, da un paese di colline: tutto verrà da qui. Da questa mancanza.
E mentre guardo ancora una volta la piazza, sotto questa luce di vetro, la città mi appare come il luogo che contiene tutte le mie fughe, tutte le mie nostalgie, tutte le mie distanze infinite. Una città che mi opprime e mi chiama, che mi trattiene e mi respinge.
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