Conoscevo due fratelli ai tempi delle medie. Da allora, quasi quarant’anni prima, non li avevo più visti. Un giorno entrai in un bar e ne incontrai uno. Lo salutai e gli chiesi come stesse suo fratello.

«Ah, sta bene, ora, ma qualche tempo fa non si sarebbe potuto dire».

«Che cosa gli era successo?» chiesi.

«Ah, nulla…» mi disse.

Mi spiegò che era stato affetto da quella che i medici avevano diagnosticato come mania di persecuzione.

Ne rimasi sorpreso, perché me lo ricordavo sempre pieno di vita.
«Guarda», disse, «in questo diario c’è tutta la sua storia. Se vuoi, te lo regalo, tanto è tutta roba passata.»

Lo portai a casa e lo lessi.

La lingua utilizzata era confusa e incoerente; presentava molte espressioni irragionevoli, ma aveva un tono molto suggestivo e introspettivo. Sembrava quasi una pagina scritta di getto, piena di pensieri che si accavallavano, come un flusso di coscienza.

 

1

 

Oggi c’è una bella luna in cielo. Sono dell’opinione che la luna sia un pianeta e non un satellite, come si crede, e cioè qualcosa di vivo e del tutto distaccato dalla Terra: del tutto libero da un rapporto di sudditanza con il nostro pianeta.
Non è forse vero che la sua superficie è fatta di fiumi e mari e laghi? C’è una teoria che risale al Rinascimento… non mi ricordo bene, ma vedo nella luna un pianeta, non una palla d’argilla.
Se è un pianeta, lassù c’è qualcuno: ne sono convinto. Il mio cane Zampa abbaia di continuo quando la notte stiamo a osservarla, io e lui, nel giardino di casa. Una luce argentea cade sul prato, sulle case… sono convinto che lassù ci sia gente. Da lì arriva la salvezza, ne sono certo.

C’è qualcosa che qua, su questa terra, non mi convince più: forse siamo noi gli alieni.

Ne vedo sempre di più, stanno attorno a me, li vedo dappertutto. Vedo persone che mi guardano in modo strano. Anche al supermercato, mentre faccio la spesa come al solito, la gente in fila mi guarda: sembra guardare solo me. Poi, quando li guardo, distolgono lo sguardo. E la cassiera, mentre sto lì, chissà perché, si mette a sorridere. Non c’è nessun motivo per cui lo faccia. Mi guarda e sorride.

“Ma che succede?” le chiedo.
“Ho fatto qualcosa di divertente?”

E lei, dopo un momento di imbarazzo, dice:
“No, no, niente, rido per una battuta di un collega.”

Ma vedo che mente. Poi me ne vado. Esco, poso la spesa in auto, vedo che è una bella giornata e vado a fare una passeggiata nel giardino dietro all’edificio del comune.

Osservo una cosa strana che mi lascia perplesso e stupito, perché qualcosa non va. I bambini, ad esempio, giocano sulle giostre del giardino, poi a un certo punto smettono e mi guardano tutti all’unisono, forse perché mi fermo e li guardo anch’io. Appena li guardo, distolgono lo sguardo, come fanno la cassiera e quelli del supermercato. Poi una mamma che è lì prende suo figlio e lo picchia:

“Cattivo, cattivo! Ti prendo a morsi!”

Ma mentre lo picchia, mi guarda, e mi sembra che digrigni i denti. Mi guarda negli occhi come se fossi io il cattivo.

Tutto concorre a farmi pensare che ci sia qualcosa, un complotto contro di me. Cosa mai posso fare a questi bambini perché mi guardino così? In quel momento non posso fare altro che gridare loro:
“Ditemelo, che cosa vi faccio!”

Ma scappano. Così penso: che cosa possono avere contro di me, sia la cassiera, sia i clienti del supermercato, sia quei bambini?
L’unica cosa che mi viene in mente, che possa dare adito a quell’odio che vedo in quei visi che mi scrutano, è che in seconda media avevo preso a calci e avevo fatto volare per aria il libro di algebra.
E sono sicuro che il signor Pitagora se l'ebbe male, e forse da allora costoro, che vedo così arrabbiati con me, lo hanno saputo, per qualche motivo.
Ma quello che davvero mi fa male è l’atteggiamento dei bambini: è quello che mi stupisce, il loro livore verso di me. Forse la colpa è dei genitori che hanno insegnato loro a essere così.

 

2

 

La sera, a casa, non riesco mai ad addormentarmi. E ora fa freddo. Non mi va di andare fuori nel giardino con Zampa: c’è troppo freddo! Devo indagare, studiare a fondo le cose per capirle.
Ripenso a quella donna, nel giardino con il bambino che dice che vuole prendere a morsi, ma intanto guarda me. Questo pensiero mi accompagna per tutta la giornata.

Quando torno a casa, i miei mi guardano in modo strano, hanno come un sorriso che nasconde qualcosa. Poi dicono che dietro la casa hanno visto due grossi ratti e mi chiedono cosa farò per eliminarli.

“Domani vado in ferramenta e prendo delle trappole.”

“Vacci subito domani mattina,” dicono, e poi si mettono a vedere il solito quiz televisivo e non mi parlano più.

Quella sera vado a letto presto. Ma c’è qualcosa che non mi convince nei miei, quella sera. Sono anziani, e mio padre si muove poco da casa: rimane quasi tutto il giorno a guardare la TV. Mia madre si lamenta che non fa più i lavori in casa, ma purtroppo è così. Non li fa perché non è più in grado. Gli fa male la schiena e, solo poche volte, esce di casa, e solo per qualche ora, per andare al bar. Mia madre è sempre lì a rimproverarlo, ma è inutile. Litiga tutto il giorno con mio padre e, in questo periodo, molto di più, perché ora mio padre è sempre a casa e, in un certo senso, è la sua vittima designata.

Ultimamente se la prende anche con me, perché dovrei fare delle cose per la casa, come tagliare il prato e altre faccende. Ma non sempre riesco, e quindi se la prende anche con me. Inoltre, sono a casa anche io, come mio padre, perché sono disoccupato, e quindi non vedo l’ora che mi mandi a fare delle commissioni nel paese, per la spesa o per prendere delle medicine in farmacia. Giusto per uscire dalle grinfie di mia madre, che non riesco più a sopportare.

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