In merito alla storia che il seno perfetto debba avere le misure di una coppa di champagne, l’ho sempre pensata come Fantozzi circa la corazzata Potëmkin (chi conosce la saga fantozziana sa cosa intendo senza bisogno che scivoli nel prosaico).

E poi, perché la coppa di champagne perfetta deve essere così piccola?

Dipende dal vino: migliore la sua qualità, maggiore deve essere la capacità del bicchiere, dico io.

Perché mi vuoi centellinare in un calice capace di poche gocce uno dei più bei figli nati dall’unione fra uomo e terra? È un insulto per la madre che ha pazientemente nutrito quei grappoli e pure per il padre che ha potato, irrigato, concimato e pure “pompato”, magari anche troppo.

Uno champagne straordinariamente buono merita quindi di essere degustato in un secchio.

Mio nonno Romano avrebbe sintetizzato la mia elucubrazione dialettica con un laconico “de tette no ghe n’è mai masa”, ma io non sono capace della penetrazione comunicativa che lui possedeva e devo articolare in cento parole un concetto che lui avrebbe espresso più propriamente con cinque.

Negli ultimi anni ho notato con sommo rammarico che i décolleté, a meno di aiuti plastici (che, se fatti bene, niente da dire), sono sempre meno generosi; e di questo degrado estetico la responsabilità è da addebitare a salumieri e macellai che non educano le clienti al rispetto per un animale che si è immolato per la nostra felicità, ma le assecondano senza battere ciglio e, con l’abilità di un chirurgo, riducono all’anoressia prosciutti e chianine spogliandoli di ogni filo bianco.

E quando al macellaio chiedo di non togliermi troppo grasso dal prosciutto o dalla fiorentina, le signore presenti mi guardano come fossi un terrorista alimentare, mercenario al soldo dei trigliceridi e nemico giurato dell’HDL.

Va da sé che non si può pretendere la botte piena e la moglie ubriaca: non è realistico aspettarsi una quinta coppa D assieme a dei fianchi che entrino in un Fiorucci 27/32.

Però, gentili signore, io capisco la vostra brama di entrare ancora in quei Fiorucci che dal 1981 attendono pazienti nell’armadio di rivivere i fasti di gioventù, ma questo va a scapito della vostra “riserva di champagne”, non solo sotto l’aspetto quantitativo, ma anche qualitativo.

La vostra idiosincrasia per grassi e alcool vi incupisce e tarpa le ali della vostra passione, la vostra guerra senza quartiere ai piaceri della tavola mina irrimediabilmente quell’approccio gaudente alla vita di cui noi maschietti ci siamo innamorati.

E se Giovanni e Giacomo hanno inventato “l’inganno della cadrega” per smascherare l’origine meridionale del povero Aldo, io ho modestamente architettato “l’intrigo del prosciutto” per capire se con una donna c’era affinità d’intenti.

Ogni volta che ho invitato a cena una signora, infatti, mi sono sempre permesso di ordinare un’entrée di prosciutto crudo da condividere: se la signora scartava il grasso venivo colto da repentina emicrania che mi costringeva a chiedere immediatamente il conto e riaccompagnare la malcapitata a casa.

La Zanna (mia moglie) non scartò neanche il piatto e io me ne innamorai perdutamente.

Per cui, care signore, non fate sacrifici inutili che saranno apprezzati solo dal vostro specchio.

E se Coco Chanel sosteneva che ogni signora arriva a un bivio della vita dove deve scegliere se salvare sedere o viso, io vi dico che allo stesso bivio dovete scegliere fra champagne e prosecco: il primo mantiene la sua dignità senza alterazioni, il secondo ha bisogno d’infiltrazioni di Campari.

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