C'era un tempo, in cui il tempo non scorreva; nessuno lo considerava e nessuno ne aveva bisogno; non si moriva mai, poiché il tempo, non passava.
L'universo che è un'entità viva e intelligente, amava gli uomini e si lasciava esplorare volentieri; ma non si sentiva ricambiato. Gli uomini, man mano che acquistavano conoscenze sull'universo, cominciavano a trattarlo solo come un elemento di studio.
Il tempo, che viveva sulla terra sotto forma d'uomo, era l'unico che gli era rimasto amico. Un giorno, l'universo, si confidò con il tempo: «L'uomo non comunica più con me e si crogiola  nella sua immortalità; ma da oggi, la gioia e la spensieratezza, non saranno più emozioni scontate; così che, quando queste verranno meno, nel silenzio della sua solitudine, l'uomo troverà in me il suo conforto. Farò di te il suo dominatore; ti concederai e ti imporrai a lui a seconda dei tuoi capricci e desideri».
«Va bene,» rispose il tempo, «farò tutto quello che mi insegnerai!»
«Non c'è bisogno che ti insegni,» disse l'universo, «devi solo incamminarti.»
Non appena il tempo iniziò a camminare, in ogni essere vivente, cominciò un graduale ma inarrestabile processo di deperimento. I corpi degli uomini che prima erano eternamente belli, forti e vigorosi, ora sfiorivano e infiacchivano, fino addirittura al decadimento delle funzioni vitali.
Il tempo conobbe così il suo potere.
Da allora, di uomini, ne sono passati tanti sulla terra e tutti diversi fra loro; ma il tempo è rimasto sempre lo stesso; eterno e tutto d'un pezzo; a volte ci sembra dispettoso; nei nostri momenti di divertimento, esso passa in un momento; se invece ci annoiamo, non passa neanche se imploriamo.
In ogni caso, grazie a lui, oggi, sappiamo apprezzare i piccoli momenti, perché sappiamo che finiscono; ma soprattutto, quando l'angoscia, la tristezza e lo sconforto in noi fanno capolino, finalmente, torniamo a parlare con l'universo. Fine.

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