Siccome non gli avevano più rinnovato la patente,  il nonno, da buon romagnolo, la usava per andare a ballare di nascosto.
Tirava su un amico – qualche volta anche due, specie nella bella stagione, così potevano stare nel cassone, con il vento fresco che faceva da aria condizionata – e, prendendo la strada più lunga, tra sterrati, balle odorose di fieno e stridi di rane e di grilli, andava in discoteca, che si ostinava a chiamare “balera”.
La mamma, quando se ne accorgeva, urlava che neanche una vocalist, lui prima la mandava a quel paese, poi brontolava, poi prometteva che era l'ultima volta e poi lo rifaceva.
Una sera, l’Ape si era ribaltata in curva (là dove, superato il grosso pioppo sulla provinciale, la strada andava in discesa) ma non era successo niente forse perché c’era davvero un santo che protegge i bambini, gli ubriachi e le teste matte.
Comunque, il nonno era morto da anni, e anche l’Ape, che era d’un azzurro stinto con grosse chiazze di ruggine, come un pezzo di cielo estivo con bizzarre nuvole marroni, non c’era più da chissà quanto. 
A Ivan era tornata in mente di colpo, nitida, come se fosse ancora parcheggiata nell’aia all’ombra sottile del casolare. Lei e il nonno, che spesso aveva visto sgattaiolare quatto quatto come se tentasse una sortita contro un gruppo di tedeschi… e lui, Ivan, aveva sempre tenuto la bocca chiusa.
Le avrebbero prodotte in India, le nuove Apecar.
Tempi che cambiano, green economy, conversione ecologica e tutto il resto.
Scosse la testa, cancellando l’immagine, e controllò l’annuncio.
Sospirò.
Gli spiaceva vendere le arnie, ma ormai tutti gli insetti erano morti, tranne forse l’ultima regina, che aveva lasciato andare con le poche superstiti sperando che riuscisse a nidificare da qualche parte.  Chissà, forse in qualche balera abbandonata.
Rilesse l’annuncio, decise che andava bene, cliccò “invio” emettendo i relativi 19 grammi di anidride carbonica e spense il computer.  

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