Era uno degli ultimi, ormai, ma non se ne stupiva.
La tipica ipocrisia umana. E la tipica ingratitudine.
Li avevano creati per far paura, no? Per questo esistevano.
Oh sì, c’erano un sacco di storie carine, su di loro. Ma in tutti quei racconti c’era un lato oscuro, inquietante. Non si percepiva facilmente, ma non era impossibile coglierlo. Erano, per certi versi, un’imperfetta creazione degli uomini che, in qualunque momento, avrebbe potuto chiedere ragione, ai creatori, della propria deformità. Più o meno come – a quanto pareva – gli uomini facevano con Dio.
Ma forse stava filosofeggiando a vuoto. Era comprensibile e, del resto, quale rappresentante di un popolo in via di estinzione, ne aveva il diritto.
Senz’altro aveva il diritto di non essere smembrato e disperso ai quattro angoli del campo o, peggio ancora, in qualche discarica puzzolente.
Lui e quelli come lui erano stati utili, nel corso dei secoli.
Prima dei cannoni ad aria compressa, degli antiparassitari, degli anticrittogamici, degli additivi chimici, degli O.G.M. …
Ma forse no.
Forse era giusto che anche la sua razza sparisse, così come erano spariti tanti uccelli nel corso degli anni e come un giorno, magari non troppo lontano, sarebbero spariti anche gli uomini.
Dopotutto, in un futuro remoto, sarebbe scomparso anche il sole che, adesso, stava tramontando all’estremo opposto del campo.
Eppure sentiva di dover lasciare una traccia, un segno, anche senza sapere bene per chi o per cosa.
Si mosse tra le spighe, consapevole che, tra le ombre, sarebbe sembrato un contadino attardatosi nel podere.
Probabile che fosse una preoccupazione inutile dato che, a quanto pareva, la gente aveva perso la facoltà di scorgere le cose che possono muoversi tra la luce e l’ombra, tra il vero e il sogno, tra il domani e l’addio…
Meglio essere prudenti, comunque.
E, guardingo, lo spaventapasseri cominciò a tracciare i suoi cerchi nel grano. 

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