Lo aprì se lo mise in bocca e con abilità glielo srotolò su tutta l’asta del pene. Poi salì e lo baciò sul collo, dietro le orecchie, poi un bacio veloce sulla bocca. Il suo alito sapeva di vita sprecata e sigarette. Ma aveva un certo charme con il rossetto messo come se lo mettono le bambine per gioco in età puberale. Le prese il  cazzo con la sinistra e se lo infilò su. Mick trasalì e per poco non si soffocò con la sua stessa saliva. Lei iniziò subito ad ansimare fingendo e dopo un paio di colpì Mick senza volerlo venne come un idrante. Il preservativo era gonfio di liquido seminale. Lei fece un risolino poi si alzò, prese della carta e gli levò il preservativo.

Mick era disorientato, spaesato. Si rivestì lentamente. Lei si mise addosso un accappatoio e si mise vicino la porta. Mick si alzò, le si avvicinò e prima di uscire si fece sfuggire un “Ti amo” così, a ciel sereno, lei fece uno dei suoi soliti risolini. “Dai scemo. Ci vediamo. Buona serata.”

Mick non riusciva a capire che per lei lui non era niente, o meglio, sarebbe potuto diventare solo uno della miglior specie di clienti silenziosi e che vengono subito. Ma nella sua testa iniziò a crescere in lui, senza motivo, la possibilità che lei avrebbe potuto innamorarsi e diventare la sua ragazza.

Passarono i giorni, Mick si fermava spesso da lei, a volte entrava faceva una veloce scopata e se ne andava, a volte si fermava sulla porta a parlarle e poi filava veloce verso casa. Un giorno si fermò di nuovo.

“Ciao”

“Ehi ciao”

“Senti posso pagarti la somma della prestazione, ma restare lì seduto a parlare con te?”

“Ok!”

Si sedettero sul letto. Lei non si disturbò nemmeno di tirare le tende. “Che c’è?”, chiese.

“Senti io devo dirtelo, io ti amo. Dal primo giorno che ti ho vista.”

Lei rimase seria. “Senti mi dispiace, ma fra noi non potrà mai esserci nulla, ficcatelo in testa!”

“Ma... Ma io ti amo... Sei tutto quello che ho, sei tutto quello che mi permette di scendere dal letto la mattina e di affrontare questo mondo infernale.”

“Senti, mi dispiace, tu non mi piaci. Voi non mi piacete. Voi maledetti clienti non mi piacete, ecco. Venite qua, fate due sborrate e poi vi innamorate tutti. Mi avete rotto e adesso fuori e non farti più vedere.”

Lo accompagnò alla porta e lo fece uscire, gettandogli i soldi. Mick rimase a fissarla da dietro il vetro, muto, inerme e triste. Il sangue gli ribolliva per il rifiuto, ma anche di rabbia, rabbia di non essere stato abbastanza convincente forse, di non averle mostrato il suo cuore fino in fondo. Lei strattonò violentemente la tenda e la sua immagine scomparì dietro di essa.

Mick tornò a casa. Era distrutto. Accese la radio e si lascio cadere sul divano. Prese la bottiglia dal tavolino e ne diede una lunga sorsata.

“Io la amo.”

Mick si scolò tutta la bottiglia e un’angoscia intrisa di viscosa rabbia lo assalì. Andò allo specchio in bagno, le mani gli sudavano, gli tremavano. Prese un vecchio pettine con i denti consumati e iniziò a pettinarsi con cura, lentamente. Questo lo calmava, ma i suoi pazzi occhi vedevano l’immagine riflessa di un mostro. Uscì di casa sbattendo la porta, prese l’ascensore e fu in strada. Tornò verso le vetrine e si appostò. La ragazza stava chiudendo la porta. Si mise lì fermo, come un predatore nella notte che attende la sua preda.

“Ehi, ero venuto per chiederti scusa”, lei sobbalzò.

“Ti avevo detto di sparire, cazzo!”, ma mentre finiva di dire la frase, Mick la colpì con un pugno tra collo e orecchio e lei volò a terra zitta e facendo un rumore stranamente ovattato. Cercò goffamente di rialzarla, facendosi passare il suo braccio intorno al collo e iniziò a trascinarla verso casa sua. La testa riversa in avanti, quella cascata di fulgidi capelli.

Ormai aveva imboccato l’ultima traversa prima del suo palazzo… “Ehi Mick” sentì urlare da un palazzo, “ti trovi sempre le più sbronze eh? D’altronde chi avrebbe il coraggio di scopare con te”, ed esplose in una fragorosa risata. Mick inizialmente era trasalito, ma dopo quelle parole si era lasciato andare ad un sospiro.

“Hai proprio ragione vecchio mio, hai proprio ragione.”

Mick la portò in casa sua poi la trascinò fino in bagno e la gettò nella vasca. La ragazza iniziava a blaterale qualcosa, doveva sbrigarsi. Del sangue le era colato dall’orecchio e ora formava una secca e sottile linea rossa che le scompariva dentro la giacca. Si mise a cercare una corda nello sgabuzzino. Trovò una cavetto d’acciaio. Entrò in bagno. “Che… Che è successo... Dove sono…”

“Hai avuto un incidente piccola, ma ora ci sono qui io.”

Quando lei realizzò chi fosse iniziò a dimenarsi, ma era ancora confusa e senza forza, Mick stava facendo passare il cavo intorno ai polsi dopo averle legato le caviglie.

“Hai sete tesoro, vuoi qualcosa da mangiare?”, gli occhi della ragazza erano colmi di paura, brividi le correvano giù lungo tutta la schiena.

“Tu sei completamente pazzo, la polizia ti troverà... AIUTOOOO AIUT—", le mise una mano sulla bocca violentemente, poi con l’altra le carezzò i capelli.

“Perché vuoi rovinare la nostra luna di miele amore?”

Tenendole stretta la mano in volto si allungò a prese del nastro americano che a fatica le fece passare intorno alla testa e sulla bocca, facendo un paio di giri.

“Bene amore mio, sarai stanca, ti lascio dormire”, e si chinò a baciarle la fronte. Lei fece un urlo disperato, di gola, le vene sembravano solcarne il collo come lombrichi verdi, le lacrime le correvano giù per le guance.

“Ti amo anch’io”, poi spense la luce.

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