La mattina era arrivata presto con le sue lusinghe che lasciavano scivolare il chiaroscuro al fine di cedere il posto alla luce incipiente. Una notte passata nell'incubo e nel rimorso di non essermi cambiato il pigiama come un soldato che riesce a guerreggiare solo con la sua mimetica preferita. Ma nessuna battaglia era stata combattuta se non quella con una zanzara tigre che per tutta la notte aveva sperimentato picchiate sulla mia pelle per innestare un prelevamento, per lei vitale e per me doloroso. Nel lato del letto la sagoma di mia moglie era lí, immobile, ferma nella sua maschera di sempre. Eppure un giorno era stata il mio respiro, la mia anima, ora il suo respiro non riusciva a farmi dormire per la sonoritá del suo concerto pneumologico. Il risveglio era stato pesante e si riveló sbalorditivo quando vidi che la solita sagoma non era quella alla quale ero abituato. I capelli non erano le impiastricciate  ciocche di lacca del parrucchiere -vampiro che ogni giorno aggiustava la piega e richiedeva il suo compenso. Le sue guance non erano le rotonde e sanguigne estroflessioni della pelle ma quelle di un visino dolce e sensuale. Cosa era successo? Una metamorfosi kafkiana? O ero rientrato ubriaco dalla discoteca e mi ero portato il rimorchio come ai vecchi tempi? La guardai con piú attenzione. Era lo specchio di me al femminile. Io non avevo sorelle, non avevo sosia femminili. Quella creatura era me al femminile. Rimasi sconvolto e appena la carezzai si dissolse come statua di terracotta. Ritornai a vedere mia moglie, la quale  lanció uno sbadiglio che per miracolo non riuscí a colpire il mio sogno, che si perse in un sussulto del cuore.

Il caffé fu la mia sola droga. E per giorni rimasi a cercare di capire cosa fosse successo alla mia vista.

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L'ordine abituale delle cose

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