“Mi chiedo se ne usciremo vivi, e come”, diceva ogni tanto.


Assurdo. Aveva il doppio dei miei anni, sicuramente non avrebbe passato la prossima selezione, e si domandava se ne sarebbe uscito vivo, da quel quadrilatero di annientamento, filo spinato, morte. 
Morte inevitabile.
Brutto segno. Voleva dire che aveva ancora, forse riposto in qualche osso della sua cadente carcassa di prigioniero senza colpe, un barlume, una molecola di speranza. Brutta cosa, sì.
Io avevo smesso di sperare da un pezzo. E di pensare. Là dentro il pensiero era un assassino tagliagole, e la speranza il suo coltello affilato. Sì, pensavo anch’io. Ma alla prossima distribuzione del rancio. Al pezzo di pane che avevo nascosto in un luogo sicuro, dopo averlo rubato. A non farmi picchiare più di tanto dal Kapo di turno. A ripararmi dal freddo. Alla mia fame. A quelle cose lì, insomma.
Mi chiedeva: “E allora perché ti trascini ogni giorno per restare vivo? Perché lo fai se non hai più speranze?”
“Perché sono un animale”, rispondevo, “e gli animali tentano sempre di sopravvivere.”
“Gli animali non siamo noi, sono loro!”
“Ah sì? Guardati. In cosa pensi ci abbiano trasformato?”


Poi una mattina successe. Si sentiva nell’aria da giorni che qualcosa di strano stava accadendo.
Nessuno diede la sveglia. Niente sirene, niente urla, niente adunata. Così. Il campo era vuoto. Loro erano fuggiti di notte, di nascosto, persino da noi che eravamo occhi morti ai loro occhi.
Mi guardavo intorno sbigottito, ma non pensavo di sognare. Faceva freddo, e avevo fame. Strisciammo tutti fino all’uscita del campo: i cancelli erano aperti, e nessuno montava la guardia. I cani non abbaiavano perché non c’erano più cani. Lui mi seguiva da vicino, si guardava intorno girando la testa a destra e a sinistra, incredulo. Il suo collo tutt’ossa cigolava.
Uscimmo insieme dal cancello. Fuori il silenzio era ancora più irreale. Mi voltai. Stava sorridendo, e si guardava i piedi.

“Che hai?”, gli chiesi.
“Non vedi? Sto calpestando terra per uomini liberi”, rispose.


Poi, con cautela, si sedette su quella stessa terra, appoggiò la schiena ad un pilastro della recinzione, e si addormentò. Non si svegliò più.
Provai a scuoterlo, a chiamarlo, niente. Era andato. Forse le troppe privazioni, forse l’emozione, forse era vissuto prendendo per il naso la sua morte già avvenuta, perché sapeva di poter vedere quel giorno.
Non lo so. Nel taschino della sua lurida e consunta casacca trovai un mozzicone di matita, rubato chissà dove, e un foglietto spiegazzato.


Lo aprii. C’era scritto: “Fate in modo che qualcuno ricordi.”

 

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